lunedì 6 aprile 2015

Il Capitale Umano

Film diretto da Paolo Virzì ed uscito nelle sale italiane nel 2014.
Se devo trovare una parola, un'emozione che descriva questa pellicola è: rabbia. Sì, è proprio quello che ho provato appena ho spento il televisore.
E' una storia che non lascia alcuna speranza, anzi, non fa che alimentare il disgusto nei confronti della nostra società; il film è infatti un vero e proprio ritratto dell'Italia contemporanea, schiava di vizi, corruzione, superficialità e indifferenza. Esso è testimone del fatto che la crisi (e con crisi non si intende solo quella economica, ma anche quella sociale e culturale) fa in modo che le persone si snaturino e agiscano ignorando completamente quei principi e valori morali essenziali e indispensabili per ciascuno di noi. Non sono più persone, bensì prodotti della crisi stessa, e le loro vite sono ridotte ad una mera merce, come il titolo ci ricorda.
La vicenda è narrata da tre personaggi differenti, secondo il loro punto di vista. Tecnica che ho trovato veramente geniale e che è riuscita ad incastrarsi perfettamente con la trama generale.

I personaggi sono grotteschi, ognuno di essi è uno stereotipo (qui non usato in senso negativo) degli individui che popolano il "bel Paese", e che inevitabilmente ciascuno di noi ha avuto la sfortuna di incontrare nel corso della vita.
Colui che più di tutti rispecchia l'italiano medio con la voglia di arrivismo, è Dino Ossola (interpretato dallo straordinario Fabrizio Bentivoglio). Egli vuole a tutti costi e con qualsiasi mezzo raggiungere le vette più alte della società, è un essere viscido, infimo che non si vergogna di giocare sporco pur di riscattare le sue origini borghesi, nonostante non abbia i mezzi sufficienti perché ciò accada.
E' così spregevole che non ci pensa due volte a vendere l'innocenza della figlia, allora fidanzata con il figlio Massimiliano facente parte della ricca famiglia Bernaschi, con il quale era stata indagata per l'omicidio colposo di un ciclista. Dino farà in modo che lui e la propria famiglia escano indenni da una situazione economica rivelatasi disastrosa e dalla vicenda giudiziaria in cui la figlia Serena era stata coinvolta.

Se Dino Ossola mi ha infuso un sentimento di infinito disgusto, il personaggio che invece mi ha fatto provare tanta tristezza, è quello della moglie del ricco Giovanni Bernaschi, Carla (interpretata dalla bravissima Valeria Bruni Tedeschi).
Ella è la classica donna borghese che è riuscita a sposare un uomo ricchissimo che la riempie di regali e doni materiali, senza tuttavia darle affetto. E' vuota, è priva di qualsiasi utilità, oserei dire che è una donna morta dentro, che tenta disperatamente di rendersi utile per la società, per "il popolo", per la gente comune, senza riuscirci. E' alla ricerca di un posto nel mondo, ma ahimè è destinata a rimanere trappola della lussuosa reggia in mezzo alle montagne in cui trascorre i suoi giorni, preda di una terribile apatia.
"Faccio portare del tè, del caffè, dei biscottini?"

Infine, l'ultimo personaggio che a parer mio ha saputo riscattarsi completamente, è proprio quello della figlia di Dino Ossola, Serena.
Inizialmente rappresenta l'indifferenza dei giovani nei riguardi della società, delle persone con cui questi ultimi scelgono di condividere esperienze di vita. Tuttavia, dopo aver fatto la conoscenza di Luca Ambrosini, ragazzo cresciuto con lo zio spacciatore, in uno dei quartieri più poveri della Brianza, capirà finalmente di essere circondata da uno schifo mascherato da paradiso celeste. Assistiamo ad una crescita notevole di Serena che non si vergogna di mostrarsi disgustata verso la famiglia dei Bernaschi e suo padre.

Quello che più mi è rimasto impresso de "Il Capitale Umano" è stato rendermi conto di come la vita di ciascuno di noi abbia soltanto un valore materiale, e che tutti i personaggi negativi, portatori di un'etica fuorviante, usciranno indenni dalle situazioni più terribili, riuscendo ad ottenere sempre i loro scopi più marci.
Scena agghiacciante è quella durante la quale Giovanni Bernaschi e soci decidono di puntare sul crollo dell'Italia e vincono, arricchendosi quindi sulla disfatta del loro Paese.

"Importi come questi vengono calcolati valutando parametri specifici: l'aspettativa di vita di una persona, la sua potenzialità di guadagno, la quantità e la qualità dei suoi legami affettivi. I periti assicurativi lo chiamano il capitale umano"

Per finire, ho sentito molte critiche riguardo al fatto che il film fosse stato girato in Brianza, a parer mio c'è poco di cui indignarsi. Virzì ha scelto quel luogo specifico perché lì, realmente, vivono persone con la fame di guadagno e di arrivismo, egli ha volutamente giocato su questo stereotipo proprio perché, purtroppo, è una realtà sociale. Sostenere il contrario, come molti hanno fatto, è l'ennesima conferma di quanto gli sia fedele.


Eleonora Giovannini ©




domenica 5 aprile 2015

La verità è che non gli piaci abbastanza

Nove personaggi con le loro storie parallele, danno vita ad una delle commedie più apprezzate degli ultimi anni; sto parlando del film "La verità è che non gli piaci abbastanza", tratto dal best seller omonimo di Behrendth e Tuccillo (sceneggiatori di "Sex and the City"), diretto da Ken Kwaps e uscito nelle sale italiane nel Marzo 2009.
Il film vuole affrontare in modo ironico come una donna vive le proprie vicissitudini amorose con l'altro sesso, cercando di interpretare ogni segnale che le lancerà inevitabilmente la controparte maschile alla fine di ogni appuntamento. Ma proprio qui iniziano le difficoltà, dal momento in cui una delle protagoniste, Gigi, fa la conoscenza di Alex, il quale le rivelerà le dure verità riguardo il comportamento degli uomini in tali circostanze.
Dimenticate stucchevoli romanticismi e munitevi di gelato e biscotti, perché state per affrontare la realtà una volta per tutte, quella realtà che il nostro subconscio aveva sempre saputo ma che noi donzelle abbiamo puntualmente voluto ignorare.

- "La regola è questa: se un uomo non ti chiama, non vuole chiamarti"
- "Fidati, se un uomo si comporta come se non gliene fregasse un cazzo di te, non gliene frega un cazzo di te davvero"
- "Se ti vuole ti cerca, e se non ti cerca beh, vuol dire che non ti vuole"

Terribile, vero ragazze? Non siamo l'eccezione, siamo la regola.
Eppure, nonostante queste e altre mille citazioni che sono state estrapolate e usate proprio per ribadire simili concetti, è bene ammettere che il film vuole dirci ben altro. Ebbene sì, per quanto all'apparenza possa sembrare che non lasci alcuna speranza per i nostri giovani cuori bisognosi di baci e carezze, in realtà vuole insegnare alle donne a pensare meno e ad agire di più, e agli uomini beh, che prima o poi dovranno pur accorgersi che dall'amore è impossibile fuggire (si trasformeranno in adolescenti in preda alla prima cotta liceale) e che se le donne non sono l'eccezione, allora ad esserlo saranno proprio loro!

Nel cast attori del calibro di: Jennifer Aniston, Drew Barrymore, Scarlett Johansson, Ben Affleck e molti altri; per non parlare poi della colonna sonora composta da classici senza tempo come "Friday I'm in love" dei Cure, "Somewhere only we know" di Keane o "Smile" di Lily Allen.
Quindi che state aspettando, inforcate le ciabatte di pelo rosa, indossate il vostro pigiama preferito e godetevi questa commedia al femminile, che, sono sicura, vi regalerà emozioni inaspettate!
Ricordatevi che non esistono solo film particolarmente impegnati!


Eleonora Giovannini ©



giovedì 2 aprile 2015

Cenerentola, una favola che ha finalmente qualcosa da dire

Ammetto, senza indugi, che ho deciso di guardare il remake della Disney, "Cenerentola", con non pochi pregiudizi. Infatti, dopo i pessimi film usciti fino ad adesso, quali "Alice in Wonderland", "Il grande e potente Oz" ma soprattutto "Maleficent" (che mi ha particolarmente delusa sotto ogni aspetto), non avevo grandi aspettative.
Tuttavia ero ugualmente curiosa, dal momento che alla regia sapevo esserci quel mostro sacro di Kennet Branagh (il professor Allock di Harry Potter per i meno esperti), inoltre il trailer mi aveva particolarmente colpito, soprattutto per via dei colori meravigliosi qui usati.
Ma andiamo per gradi, vi risparmio la trama perché credo che tutti noi ormai la conosciamo a memoria, quindi mi focalizzerò sugli aspetti più belli del film.

Finalmente una storia che non è stata stravolta!
Non c'è nessun cambiamento rilevante che ci faccia rimpiangere la favola originale, anzi, quegli elementi di innovazione hanno dato maggior lustro ad alcuni personaggi che, invece, erano stati trascurati dal cartone animato della Disney.
Uno su tutti è quello della Matrigna, interpretata dalla splendida Cate Blanchett. Se fino ad adesso di lei sapevamo soltanto che era una "signora cattiva" senza un motivo preciso, Branagh ha deciso di sviscerare nel profondo i motivi del suo comportamento, portando a galla la sua sofferenza, tanto che addirittura non penseremo più che la sua sia solo cattiveria gratuita.

Altro personaggio che finalmente ha acquistato spessore è senza dubbio il principe Keat! Non aspettatevi un uomo senza cervello/bimbominchia come ci è sempre, purtroppo, stato mostrato, anzi! Qua è un vero uomo che impara a crescere grazie all'amore, che ha coraggio ad affrontare il padre che vorrebbe si sposasse con un'altra principessa, ma allo stesso tempo spaventato, umile che non ha timore di mostrare al pubblico le proprie angosce e la propria incapacità a governare. Un uomo che è desideroso di imparare e di mettersi in gioco. Davvero toccante, inoltre, quando Keat (finalmente sappiamo come si chiama sto principe azzurro!) si stende a fianco al padre ormai morente, come un bambino spaventato. Bravissimo Richard Madden!

Un altro plauso va senza esclusione di colpi alle sorellastre, due ragazze frivole, ignoranti e superficiali come da copione. Brutte, così come dovevano essere. Le ho amate dall'inizio alla fine, praticamente perfette per il ruolo di Anastasia e Genoveffa.

Ed infine, lei, Lily James che ho trovato magnificamente elegante nel ruolo di Cenerentola. Un vero esempio per tutti, senza mai risultare patetica o stucchevole. Bellissima nella sua semplicità, una vera donna capace di vestire perfettamente la sofferenza che l'ha accompagnata per moltissimi anni.
Una donna capace di ribellarsi, di raggiungere delle soddisfazioni personali rimanendo sempre fedele a se stessa e ai propri ideali.


Proseguendo, ci tengo a dire di essermi innamorata (oltre che delle bellissime ambientazioni) dei costumi e dei colori che questa pellicola porta con sé, per non parlare degli effetti speciali!
Ragazzi, non scherzo quando dico che sono tra i più belli mai realizzati nella storia del cinema, dal vestito della Matrigna e delle sorellastre, alle divise degli ufficiali e, ovviamente, a quello del ballo di Cenerentola (anche se quello del matrimonio è squisito).
Un blu accesso, d'impatto, che lascerà tutti senza fiato, nonostante sia privo di eccessivi merletti; semplice ma efficace, perfetto per la nostra Cenerentola che con poco riesce sempre a distinguersi.
La scena del ballo è una tra le mie preferite, veramente, veramente elegante, di stile, di una delicatezza struggente. Non potrete non emozionarvi di fronte ad un gioco di sguardi, di tatto e di sensualità come questo! Anche i cuori di ghiaccio si scioglieranno, credetemi.
Per finire, credo sia stato geniale e apprezzabile, il riferimento al romanzo della scrittrice anglo-americana Frances Hodgson Burnett e al suo romanzo "Il giardino segreto"; per gli amanti della letteratura e ai più attenti ai significati nascosti, capirete immediatamente a cosa mi riferisco, dato che non viene citato direttamente nel film, ma è soltanto intuibile da una scena in particolare.

Concludendo, vi invito calorosamente a vederlo perché non rimarrete delusi. Lo so che lo dico sempre, o quasi, alla fine di ogni recensione, ma in questo caso ci tengo particolarmente perché finalmente sono riusciti ad accrescere una favola da tempo troppo commercializzata, portatrice di stereotipi, trasformandola in quella che realmente doveva essere: un esempio vero per tutti noi.
Un film per grandi e piccini che vi farà riscoprire il valore delle storie a lieto fine.


Eleonora Giovannini ©




mercoledì 1 aprile 2015

Ogni maledetto Natale, l'anti cinepanettone per eccellenza

Già il titolo di questa commedia parla da sé: "Ogni maledetto Natale" è un film dissacrante che gioca tantissimo sul fenomeno del cinepanettone che, come ogni anno che si rispetti, invade le sale cinematografiche di tutta Italia.
Non aspettiamoci dunque fughe ai Caraibi con le amanti o becere battute, la pellicola di Ciarrapico, Torre e Vendruscolo è molto, ma molto di più.

Ammetto di aver avuto delle perplessità iniziali, dal momento che nutro dei forti pregiudizi nei confronti delle commedie natalizie italiane, però mi sono lasciata convincere dalla grandissima regia (la stessa di "Boris", a mio parere geniale) e dal calibro degli attori che compongono il cast, tra cui i fratelli Guzzanti, Valerio Mastandrea, Pannofino e, lo ammetto, ero particolarmente curiosa di vedere l'esordio del mitico Alessandro Cattelan nelle vesti di attore.
Fortunatamente non sono rimasta delusa.

La trama è apparentemente semplice, Massimo e Giulia, i due protagonisti della storia, si sono da poco innamorati ma nonostante ciò decidono di trascorrere il Natale insieme nella famiglia di lei. Quest'ultima è la tipica famiglia di campagna, rumorosa, folle nella quale gli episodi tragicomici sono all'ordine del giorno; completamente opposta rispetto a quella di Massimo, essendo lui figlio di miliardari e maniaci del controllo. Ciononostante entrambe sono più simili di quanto possano apparire, a conferma del fatto che le differenze di status sociale non fanno la differenza quando si tratta di dinamiche familiari; chi per un verso, chi per un altro, sono tutti preda di eventi al limite del surreale.
Riuscirà l'amore di Massimo e Giulia a resistere?
Ovviamente non farò spoiler, lo potrete scoprire solo guardando il film. Quello che è certo, è che esso si pone agli antipodi del classico cinepanettone proprio perché nessuno dei personaggi tenta di fuggire al Natale, anzi, in entrambe le famiglie si vuole assolutamente che questo venga festeggiato, a dispetto di tutto. Non si fugge dall'amore come nei film di Boldi e De Sica, ma si lotta affinché si resista alla festa più terribile di sempre, il Natale appunto, che non è realmente tutto zucchero e canditi come vogliono farci credere.

Voglio inoltre spendere una parola per Alessandro Cattelan, che ho veramente adorato nel ruolo di Massimo. L'ho trovato perfetto in ogni singola parte, rendendo giustizia al proprio personaggio, un ragazzo normale, umile, ricco di pregi e difetti ma vero. Imbranato ma coraggioso.
Ed è questo quello che amo di più dei film, il fatto che ci vengano presentati personaggi reali e non fittizzi o inverosimili; Massimo è quanto di più normale e bellissimo che possa esistere al mondo.

Concludo questa mini recensione consigliandovi, di nuovo, di vederlo. E' cosa assai rara che al giorno d'oggi esistano commedie italiane in grado di far ridere senza risultare volgari, e allo stesso tempo farci riflettere. Se deciderete di guardarlo, non sarà un'ora e mezza sprecata.


Eleonora Giovannini ©




lunedì 23 marzo 2015

50 sfumature di schifo

Lo so, so cosa state pensando, e avete ragione riguardo al fatto che ormai, da anni a questa parte, non si fa altro che parlare di Anastasia e Mr. Grey. E per quanto se ne possa parlar male, è bene ammettere che non esiste cattiva pubblicità; ahimè a volte è proprio il parlarne male che fa crescere l'interesse della gente, verso una determinata cosa. In questo caso, per un libro/film.
Premesso questo, sento da troppo tempo di voler dire la mia riguardo il film "Cinquanta sfumature di grigio" uscito qualche mese fa nelle sale di tutto il mondo. Mi esprimerò solo sulla pellicola, dato che non ho letto il libro (e nemmeno ci tengo) perché ritengo opportuno che per criticare, sia positivamente che negativamente, è necessario conoscere ciò di cui vogliamo parlare.
Ovviamente ho visto il film in streaming, dato che, sapendo la trama e le varie vicissitudini raccontatemi da chi aveva letto il libro omonimo, non avevo assolutamente voglia di dare i miei soldi per una roba del genere.
Ma veniamo al dunque.

Tecnicamente il film non è realizzato male, la fotografia è apprezzabile, e insomma, dal punto di vista visivo niente da dire, certo non è al pari dei premi Oscar, però diciamo che non è una trashata pazzesca. Quello di cui dobbiamo preoccuparci è la storia in sé, che, vi giuro, ho trovato esilarante dall'inizio alla fine. O meglio, si ride per non piangere.
I personaggi sono assenti di qualsiasi tipo di psicologia o introspezione.
Anastasia è una povera idiota che non sa cosa vuole dalla vita.
Mr. Grey è uno stalker pieno di soldi che nessuno ancora ha capito che lavoro faccia.
Il fratello di Mr. Grey è un tamarro messo lì a caso per far vedere che è un povero stronzo che non potrà mai competere con Grey.
L'amica di Anastasia è la classica amica gnocca che ha il compito di dare lezioni di vita all'amica sfigata.
La madre di Anastasia è una milf paurosa stupida come pochi esseri dotati di cervello.
E insomma, già per questi motivi, potete capire l'alto livello di questo film. Oltre a ciò, i dialoghi tra i personaggi sono banali, insensati e scontati, al limite dell'irrealtà. Ed è proprio questo quello che "Cinquanta sfumature di grigio" è: una storia senza senso.
In breve, la sfigata Anastasia si reca nell'ufficio di Mr. Grey al posto dell'amica per fargli un'intervista, appena lo vede, si susseguono vari orgasmi da parte di lei solo alla vista di lui che serra le mani al bordo del tavolo. Nel giro di qualche giorno lui la stalkerizza e lei cade inevitabilmente ai suoi piedi (schifando il povero fesso dell'amico innamorato di lei da quindici anni). Ma hey, ovviamente non è tutto rose e fiori e si viene a scoprire che le doti di Mr. Grey vanno oltre soldi, macchine ed elicotteri con cui si sposta comodamente per Seattle, infatti pratica il sadomasochismo da quando era un adolescente, è incapace di provare amore e, testuale, lui "non fa l'amore. Lui scopa, forte".
Anastasia è in preda allo sconforto, oltretutto è vergine, figurati se la cagherà ancora; ma fortunatamente non è così (perché tutti noi sappiamo che tutte le storie simil Fan Fiction hanno risvolti felici) e Mr. Grey sembra tutto sommato apprezzare quella ragazza alle prime armi, tanto che le mostrerà la sua "stanza dei giochi", piena di manette, frustini e pennaggi. Cose che appaiono quasi normali alla tenera e dolce Anastasia.
Susseguono scene noiose in cui lui le dice "mangia!", "hai preso la tua decisione?", "non morderti il labbro", "mangia!" e la convince a tutti i costi a firmare il fantomatico contratto che li farebbe diventare "vittima" e "dominatore" nei loro incontri sessuali. Sembra che le cose vadano bene tra i due, salvo alcune apparizioni no sense da stalker da parte di Mr. Grey, fin tanto che Anastasia decide di chiedere perché ha voglia di picchiarla e farle male. Non l'avesse mai fatto!
La ragazza, spinta da un coraggio indefinito, cede alle pressioni del nostro uomo bello e dannato (che poi non so voi, ma a me non mi pareva nemmeno tutta sta bellezza) e si fa menare come se non ci fosse un domani. Alla fine di sei sculacciate, lei si alza, si incazza e se ne va in preda alle lacrime. Fine.

Ora, tralasciando questa scialba recensione piuttosto ironica, è bene mettere subito in chiaro che questo film prima di tutto non parla di una storia d'amore, né tanto meno di sadomasochismo come vogliono farci credere!
Questa storia è il vero emblema di una violenza domestica, della donna sottomessa da un "padre padrone" che la obbliga a fare cose che non vuol fare, che la tratta come una pezza da piedi e che si sente potente ad averle strappato la verginità.
Prima di tutto, a mio modesto parere, non c'è niente di cui vantarsi nel togliere la verginità ad una ragazza, Mr. Grey è un uomo che si sente fiero e potente nell'aver rotto un pezzo di pelle, quando in realtà dovrebbe sentirsi grato di aver conquistato per la prima volta il cuore di qualcuno.
Seconda di poi, il vero sadomasochismo è consenziente. Cosa che in "Cinquanta sfumature di grigio" non è affatto. Anastasia accetta il ruolo di sottomessa dopo varie pressioni psicologiche e capricci di lui (con questo non dico che è una povera vittima, semmai una povera scema) ma di certo non prova piacere a farsi legare, bendare e imbavagliare. Come mi è stato insegnato dal film "Secretary", il sadomasochismo presuppone che da parte di entrambi ci sia il desiderio di sentirsi chi da un lato sottomessa, chi dall'altro dominatore.
La/il sottomessa/o è colui/colei che è masochista, che prova uno strano piacere nel farsi del male e che vuole cedersi completamente al dominatore proprio per questo motivo, così come quest'ultimo vuole avere il controllo di tutto e desidera che la vittima sia a sua completa disposizione. Di fondamentale rilievo è che, entrambi, convivono con un disturbo psicologico che li porta ad agire in questo modo. Cosa ben lontana dal rapporto tra Anastasia e Mr. Grey.
Quello che c'è di marcio in tutta questa storia, è che è stata spacciata per quello che in realtà non è. Nessuno dovrebbe leggere il libro, né guardare il film perché entrambi sono portatori di un messaggio completamente sbagliato, capace purtroppo di traviare le menti di chi ha poco senso critico. E' bene ricordare che se mai vi imbatterete nel Mr. Grey di turno, dovrete alzare la cornetta e chiamare la polizia, perché care mie donne, mi spiace deludervi, ma un uomo che vi tratta come Christian è un buono a nulla e che non vi basterà il vostro spirito di crocerossine per fargli magicamente cambiare visione del mondo. Chi vi costringe con metodi ambigui a fare ciò che non sentite di voler fare, vi reca violenza. Un uomo che si permette di buttarti via la macchina per comprartene una nuova, ti violenta.
E non per fare la femminista da quattro soldi, ma purtroppo vedo sempre più donne/ragazzine che sognano di trovare il Mr. Grey dei loro sogni ed è preoccupante. Ricordatevi che innamorate sì, ma fesse no.

A questa lunga critica, aggiungo anche una lamentela personale riguardo alla scelta dell'attrice che interpreta Anastasia. Io dico basta, basta al luogo comune della ragazza che è figa e non sa di esserlo, cos'hai a casa tesoro, specchi di legno? Non è peccato non essere cessi ambulanti. Quindi, se Anastasia doveva essere brutta, allora dovevano scegliere un'attrice brutta! Non una potenziale gnocca vestita male, è ancor più contraddittorio.

Per finire, vi lascio a qualche scena che davvero mi ha colpito in quanto ad ilarità.

Scena numero 1: Anastasia entra nell'ufficio di Mr. Grey per la prima volta e inciampa cadendo nel nulla.
Scena numero 2: Grey e Anastasia rientrano a casa di lei e trovano rispettivamente fratello ed amica a darci dentro. Ovviamente non si premurano di uscire di casa e rientrare più tardi, anzi entrano come se nulla fosse e il fratello scemo di Grey li saluta calorosamente con l'uccello al vento in modo del tutto normale.
Scena numero 3: Anastasia, dopo l'intervista con Grey, in preda ad allucinazioni estive, allarga le braccia per strada sotto la pioggia e sussurra "che caldo".
Scena numero 4: In tutte le scene di "sesso" (tra virgolette perché di certo non è un film spinto), Mr. Grey ha sempre o quasi i pantaloni addosso. Paura che l'uccello voli via?
Scena numero 5: Grey porta Anastasia a fare un giro in elicottero per il loro primo appuntamento. Roba che se lo facessero a me, glielo righerei senza batter ciglio. E non è invidia, ma buon senso.
Scena numero 6: Grey: "Adesso ti faccio vedere la stanza dei giochi" Anastasia: "E' dove giochi all'Xbox?". NO MARIA, IO ESCO.

Ammetto che potrei continuare con questa lista, ma mi fermo qui, non vorrei spoilerarvi troppo. Tutto sommato credo che come film comico sia ben riuscito, azzarderei che sia quasi al pari della web-series di Lory Del Santo. Davvero ottimo se volete farvi due risate!


Eleonora Giovannini ©



domenica 15 febbraio 2015

La scomparsa di Eleanor Rigby

Ammetto di essermi avvicinata a questo film per tre motivi principali: la protagonista porta il mio stesso nome, sono fan dei Beatles e subisco il fascino degli occhioni azzurri di James McAvoy.
Tuttavia, se vi aspettavate che la canzone dei quattro ragazzi di Liverpool avesse a che vedere con la trama, temo che rimarrete delusi; infatti nel film stesso, viene detto chiaramente che si tratta di una semplicissima coincidenza dovuta al fatto che il padre di Eleanor si chiami Rigby di cognome ed abbia, di conseguenza, voluto chiamare la figlia in quel modo perché fan dei Beatles.
Come dicevo, la storia verte su tutt'altra tematica, ovvero la perdita di un figlio piccolo e la conseguente disfatta di un matrimonio.
Pur partendo dalla storia d'amore tra Eleanor e Connor, il film si concentra principalmente sulla loro crisi matrimoniale, sull'incapacità di ritrovare un ordine o quanto meno un equilibrio dopo la tragica scomparsa di loro figlio Cody. E' un film fatto di silenzi, di frasi non dette, di incapacità a dialogare, di paure e insicurezze; non solo per i protagonisti, ma anche per le rispettive famiglie. Ci mostra come tutti siamo stati vittime di situazioni irrisolvibili, tragici eventi, difficoltà, ma ci fa capire che c'è sempre una soluzione, che non siamo soli e che è possibile accettare determinate situazioni.

Perché Eleanor scompare?
Beh, diciamo che non scompare nel vero senso del termine, in quanto la ritroviamo per tutta la durata della pellicola, piuttosto il suo è uno scomparire dal marito a seguito di un tentato suicidio; semplicemente torna a vivere dai suoi genitori, con i quali spererà di trovare un ambiente che la aiuti a far dimenticare il proprio passato.
Connor non farà altro che cercarla, disperatamente tenterà un approccio per trovare un compromesso, una soluzione. Entrambi si amano in fondo, perché dovrebbero mollare tutto? Perché sembra così difficile rimettere insieme i pezzi? Sarebbe tutto più semplice, forse, se nella vita bastasse solo premere rewind per ricominciare tutto da capo.

Trovo che questo film sia stato, tutto sommato interessante, certo ha molti difetti; i lunghi silenzi, le numerose pause e i colori tendenti al marrone e al blu scuro, fanno sì che scorra lentamente, insomma, non ci sono grandissimi colpi di scena e quei pochi tentatavi fatti dal regista, vengono subito sopiti.
Non solo, ma non si capisce molto bene come Eleanor e Connor siano entrati in crisi, non c'è nessun accenno al motivo del tentato suicidio di lei, né ai loro problemi di coppia; non viene neppure minimamente accennato a come Cody (che in tutto il film viene chiamato per nome solo una volta) sia morto.
Non lo so, forse mi sarebbe piaciuto vederlo, forse avrei avuto le idee più chiare in merito allo svolgimento della trama. E' come se il regista si concentrasse troppo sulla visione di Eleonor trascurando un po' quella del marito. E questo è sbagliato, essendo loro due i protagonisti della storia.
Altra pecca che ho riscontrato è stato il finale aperto: semplicemente si vedono Eleonor e Connor che si inseguono camminando sulla stessa strada, nello stesso parco in cui avevano consumato il loro amore giovanile. Due linee parallele che sembrano non essere mai destinate ad incontrarsi, pur correndosi dietro.
Nonostante ciò, però, credo che il regista abbia voluto lasciar intuire che i due protagonisti, prima o poi, si sarebbero dovuti ritrovare; questo l'ho capito per due motivi principali:
1. E' Eleanor a seguire Connor. Ciò presuppone una volontà al riavvicinamento di lei, dato che per tutto il film si intuiva implicitamente che lui tentava ogni modo possibile per avvicinarsi a lei.
2. Eleanor sorride, come se avesse la certezza che sarebbe tornata da lui, considerando anche il fatto che era appena tornata da una permanenza di studio a Parigi che l'aveva tenuta lontana da casa per parecchio tempo.

Per concludere, se devo dire se questo film mi sia piaciuto o meno, non saprei dare una risposta certa. Forse è stato fatto apposta per aprire dibattiti e mille diverse interpretazioni.
Quindi sarebbe proprio bello se voi lo guardaste.

Eleonora Giovannini ©




Still Alice

Richard Glatzer e Wash Westmoreland hanno voluto fortemente che, chiunque guardasse questo film, si sentisse completamente parte della storia della protagonista, o meglio, della malattia di cui Alice è diventata vittima: il morbo di Alzheimer.
Il senso di smarrimento percorre ogni singolo sviluppo della pellicola, tanto da fare in modo di sentirci a nostra volta persi, spogliati di qualsiasi sicurezza. Vivremo le stesse sensazioni che la Alice malata vive, come il non sapere dove ci troviamo o dove sia il bagno in casa nostra. Ogni cambio di scena, ogni cambiamento di tempo e di spazio, ci proietta nella sua dimensione personale e nella sua condizione di malessere.
Paesaggi e oggetti sfocati, indirizzi dimenticati, parole impossibili da raggiungere.
Ma questo non è l'unico aspetto che ho apprezzato di più di questa pellicola, anzi, credo che il bello risieda proprio nel modo in cui la protagonista affronta l'Alzaheimer; Alice è senza dubbio simbolo di forza, ogni giorno della sua vita combatte fino allo stremo pur di non essere privata dei propri ricordi migliori, combatte per non perdere totalmente la propria indipendenza, le proprie emozioni, i propri ricordi. Ogni giorno si sforza di lottare contro qualcosa che sa che prima o poi la porterà a perdere tutto, tutto quello che era riuscita ad ottenere nei suoi cinquant'anni di vita. La carriera, un matrimonio, i figli. Non solo, ma essendo la sua malattia ereditaria, il dolore è ancora più grande nel sapere che questi ultimi saranno, un giorno, vittime come lei.
Nel primo stadio della malattia, quello meno grave, si affiderà alla tecnologia, in un iPhone scriverà le domande da porsi ogni giorno, quelle che dovrà a tutti i costi ricordarsi fino all'ultimo.
Come si chiama la mia figlia più grande?
Dove vivo?
In che mese sono nata?

Ho trovato particolarmente commovente il video che la Alice del passato aveva registrato per la Alice del futuro, dove, come una mamma amorevole, racconta ad una donna smarrita che ha avuto una vita felice e piena di successi personali e che non deve preoccuparsi di quello che la sua mente ormai non è più in grado di percepire o ricordare.
Credo che la scena più toccante di tutte, sia proprio quella in cui lei e il marito sono ad un Frozen Yogurt, e lei poggia delicatamente la testa sulla sua spalla, affidandosi completamente a lui. In questo semplice gesto, forse banale, è racchiuso tutto l'amore che lega Alice al marito e viceversa; nonostante la malattia, lei rimane lei. Rimane Alice.

Un film che lascerà gli spettatori sicuramente colpiti, partecipi sentiti di un dolore in cui inaspettatamente saranno costretti ad immedesimarsi. Sono sicura che ognuno si farà la stessa identica domanda: "E se succedesse a me?".
Tuttavia non è assolutamente una pellicola ridondante e piena di scene strappalacrime, anzi, l'argomento è affrontato in modo del tutto consapevole e delicato, assolutamente realista. Per questo ritengo che sia un film che valga la pena di essere visto. Julian Moore è stata perfetta in ogni singolo momento, nessun'altra attrice avrebbe saputo recitare meglio, così come ho apprezzato Kristen Stewart nei panni della figlia ribelle ma forse la più affezionata alla madre e al modo in cui avrebbe dovuto convivere con la malattia.
Concludo la mia recensione riportandovi il discorso che Alice tiene ad un incontro dedicato ai malati di Alzheimer.

"In tutta la mia vita ho accumulato ricordi, che sono diventati, in un certo senso, le cose a cui tengo di più. La sera in cui ho conosciuto mio marito, la prima volta che ho tenuto un libro in mano, avere dei figli, fare amicizia, viaggiare per il mondo. Tutto ciò che ho accumulato nel corso della vita, tutto quello per cui ho duramente lavorato, adesso sta per essere strappato via. Come potete immaginare, o come sapete, questo è l'inferno. Ma peggiorerà. Chi prenderebbe sul serio qualcuno che è lontanissimo da ciò che era un tempo? Il nostro strano modo di essere e le frasi scomposte cambiano la percezione che gli altri hanno di noi e la percezione di noi stessi. Diventiamo ridicoli, incapaci, comici. Ma questo non è ciò che siamo, questa è la nostra malattia. E come ogni malattia c'è un causa, uno sviluppo e potrebbe esserci una cura. Il mio più grande desiderio è che i miei figli, i nostri figli, le generazioni future, non debbano affrontare ciò che sto affrontando oggi. Ma tornando ad ora, io sono ancora viva. Io so di essere viva. So di avere persone che amo. So che cosa voglio fare nella mia vita. Sto combattendo contro me stessa non per non avere più niente da ricordare, ma perché ho ancora momenti di gioia e felicità. E per favore, non pensate che io stia soffrendo. Non sto soffrendo. Sto combattendo. Combattendo per essere parte di qualcosa, per stare connessa con quella che ero. Quindi "vivi il momento" mi dico. E' tutto ciò che davvero posso fare, vivere il momento"

Eleonora Giovannini ©