sabato 4 luglio 2015

#Personal | I titoli dei film

Spesso mi soffermo a pensare chi sia il genio, che, sotto l'effetto di qualche strana sostanza, traduce i titoli dall'inglese all'italiano; anzi, forse sarebbe più appropriato dire "inventa titoli di sana pianta senza un minimo di nesso logico con l'originale".
Perché se almeno fossero tradotti letteralmente, senza cambiarne il senso, allora mi starebbe pure bene, ma purtroppo spesso e volentieri assistiamo a delle invenzioni che Dio solo sa da dove se le siano tirate fuori dalla mente.
Facciamo alcuni esempi: "Lost in traslation" diventa "L'amore tradotto", "Walk the line" diventa "Quando l'amore brucia l'anima", "The sound of music" diventa "Tutti insieme appassionatamente"... e vi giuro che questi sono solo pochissimi titoli che sono stati stravolti, potremmo stare qui un giorno intero ad elencarli tutti.
Ma lo so, so cosa state pensando, ne manca uno. Uno che tutti abbiamo maledetto almeno una volta nella vita, noi, incapaci del motivo per cui un simile titolo (peraltro bellissimo) abbia subito un'immonda trasformazione; non mi sono dimenticata di citarlo, anzi, l'ho tenuto per ultimo proprio perché credo che sia la ciliegina sulla torta. Sto parlando infatti di "Eternal Sunshine of the spotless mind" tradotto barbaramente in "Se mi lasci ti cancello".
Sì ragazzi, vi concedo un minuto di silenzio per assimilare (di nuovo) un tale shock. Ancora, a distanza di anni, mi chiedo come ciò sia potuto accadere, come sia stato permesso che, un titolo tratto da un verso del poema "Eloisa ed Abelardo" di Alexander Pope, sia diventato un titolo irrispettoso e superficiale.

Il verso "the eternal sunshine of the spotless mind", non solo viene citato nel film stesso, ma racchiude tutto il significato della pellicola.
Perché se è vero da una parte che Clementine, dopo la rottura con Joel, va a farsi rimuovere i ricordi di quest'ultimo (e quindi "se mi lasci ti cancello" è riferito a questo particolare fatto della trama), è anche vero che limitiamo fortemente il messaggio che tutto il film vuole dare allo spettatore.
La traduzione letterale del titolo inglese sarebbe "l'infinito splendore della mente immacolata" e a parer mio questo vuole essere un chiaro riferimento alla ricerca continua di Joel all'interno della sua mente, che, seppur priva di ricordi che lo legano a Clementine, tenta disperatamente di recuperare. La memoria è infatti influenzata da elementi affettivi, che fanno sì che si attivi un processo mentale che aiutano il protagonista a ricostruire i ricordi, perché belli o brutti che siano, l'hanno fatto diventare la persona che è.
Il film infatti non è una semplice commedia sentimentale come ci parrebbe di credere, ma anzi è una vera e propria riflessione sull'uomo e sui rapporti umani, affrontata con una sceneggiatura originale e dei giochi di montaggio che ci svelano tutte le sfaccettature della storia, come delle scatole cinesi.

Pensandoci a lungo, credo che la scelta italiana di voler cambiare così bruscamente il titolo, sia stata dovuta ad un semplice motivo di marketing; infatti essendo il protagonista interpretato da Jim Carrey, solito recitare in commedie leggere, ha fatto in modo di attirare l'attenzione verso un'ampia fetta di pubblico non abituato però ad assistere a film di spessore. Tuttavia questa scelta si è rivelata  anche un'arma a doppio taglio, perché se da un lato (all'uscita immediata del film) gli spettatori erano tanti, allo stesso tempo chi è solito guardare film di genere, non si è incuriosito minimamente al film, perdendo così un piccolo capolavoro.

Insomma, tutto questo deve finire.


Eleonora Giovannini ©




martedì 23 giugno 2015

#Personal | Sul set di Ron Howard

Fu Elisa, la mia migliore amica, ad avvertirmi che a Firenze (la nostra città) avrebbero fatto i casting per le comparse di un film americano; ancora nessuno sapeva esattamente quale fosse, anche se le più attendibili voci di corridoio rimandavano ad "Inferno", film tratto dall'ultimo capitolo della trilogia di Dan Brown, diretto da Ron Howard.
Il giorno dei casting me lo ricorderò per tutta la vita, faceva veramente caldo per essere Aprile, e la mia amica ed io avevamo il viso stravolto dall'afa fiorentina. Le persone in coda per tentare di accaparrarsi quella piccola parte, erano dei più svariati generi: anziani, uomini, donne, ragazzi e ragazze. Chi truccato e rivestito come se stesse in corsa per il ruolo da protagonista, chi invece (come me) coi vestiti indossati per andare all'università il giorno prima.
Compilammo un modulo, e ricordo l'ansia nell'inserire i dati giusti, e poi "ma cosa vuol dire capacità?!" e quel dannato codice IBAN che non ricopiavamo mai correttamente. Abbiamo fatto una fila nemmeno tanto lunga e siamo arrivate davanti ad un lungo tavolo, un po' come quello che ti ritrovi all'orale della maturità; ci hanno scattato due foto (singolarmente), solo due foto, ed il casting era concluso. Come in ogni occasione del genere che si rispetti, ci dissero il consueto "la richiameremo noi".
Ammetto che non mi sarei mai aspettata per nessun motivo al mondo che mi avrebbero richiamato, c'era davvero tantissima gente, figuriamoci se mi avrebbero scelta. Quindi non stetti nemmeno a pensare al casting più di tanto, volli parteciparvi solo per gioco, perché ho sempre amato e sognato di prendere parte ad un film professionale (anche per guadagnare quei cento euro al giorno come da contratto), ma non era il primo dei miei pensieri in quel periodo.
Eppure la telefonata arrivò. Inaspettata, quanto graditissima.
Alcuni dei miei amici/conoscenti erano già stati chiamati per fare da comparsa alcuni giorni prima, quindi posso ben dire che avevo davvero perso le speranze e mi ero abituata all'idea di non essere stata scelta. Eppure il cellulare squillò, ed io ringrazierò sempre me stessa per non essere così schizzinosa dal non rispondere ai numeri che non conosco. Mi dissero che ero stata selezionata per fare la comparsa, e che avrei dovuto presentarmi alle cinque del mattino nel luogo stabilito per le riprese; "sei disponibile?". Come avrei potuto dire di no?

Era il 7 Maggio quando mi svegliai (si fa per dire, dato che dormii solo un'ora) per recarmi sul set. Mia mamma mi accompagnò a Firenze nel cuore della notte, ed io, vestita per le riprese, camminavo emozionata per le buie vie della mia città.
Vi giuro che Firenze di notte è uno spettacolo mai visto, soprattutto in quelle ore, quasi all'alba. I tacchetti delle ballerine (che già mi stavano distruggendo i piedi) risuonavano veloci sulle strade lastricate seguendo il mio passo svelto. Ricordo che scansai un gruppo di tre ubriachi all'angolo di un vicolo, in preda al panico. Nonostante ciò, ero comunque colma di gioia ed eccitazione.
Fu mentre stavo raggiungendo il posto stabilito dallo staff per le comparse, che conobbi Simone; anche lui era stato selezionato totalmente a caso. Abbiamo iniziato a parlare ed è stato bello, perché non avrei mai pensato di poter trovare qualcuno con cui, questo semplice gesto, fosse talmente facile a primo impatto.
Una volta arrivati ci hanno chiamati, fatto firmare il contratto e il costumista (americano) studiava i nostri outfit. Eravamo in un vecchio cinema di Firenze ormai chiuso, e la sala che avevano occupato, era totalmente piena zeppa di vestiti. L'emozione cresceva a dismisura. Una volta finiti tutti i processi "burocratici" mi hanno spedita al "trucco e parrucco". Tre specchi giganti con tre makeup artists e un parrucchiere completamente a mia disposizione; sono stati gentilissimi e mi hanno fatto davvero sentire una star. Coccolata e viziata come non mai. In quel momento ho seriamente pensato a quanto sarebbe bello che ciò accadesse tutte le mattine, ma sorvoliamo.
Una volta finito ci hanno prima portati a fare colazione, e poi ci siamo diretti con l'aiuto regia sul set vero e proprio, in questo caso Ponte Vecchio. Erano solo le cinque del mattino, quindi era davvero freddo, specie perché eravamo vicini al fiume; siccome dovevamo essere vestiti in tenuta estiva, potete immaginare la mia sofferenza in quel momento. Ogni volta che arrivava una folata di vento freddo, ricordavo a me stessa che, se non altro, le basse temperature rassodano.

E' lì che, dopo Simone, ho conosciuto una ragazza di Napoli simpaticissima, Ilaria. Abbiamo cominciato a parlare del più e del meno tra una ripresa e l'altra ed è stato davvero bello, è incredibile (anche se per poco) imbatterti in persone che, in un modo o nell'altro, riescono ad arricchire la tua vita con pochissimo. Credo che il bello dei ricordi, delle persone di passaggio, risieda anche in questo. Niente è un caso, niente.
Chiusa questa parentesi pseudo filosofica, continuo il mio racconto. Purtroppo per ragioni vincolanti il contratto non posso dirvi che scena in particolare abbiamo girato (per la bellezza di dodici ore!), vi dico solo che era una scena d'azione bella tosta e che è stata una vera figata trovarmici in mezzo.
Ma l'emozione è cresciuta ancora di più quando Tom Hanks è venuto sul set a salutarci. Credo di essermi impietrita con un sorriso da ebete in faccia, perché me lo sono ritrovata accanto sul marciapiede tutto cordiale... chissà cosa avrà pensato! Quelle dodici ore sono trascorse davvero lentamente, e per una volta mi sono davvero goduta quel momento; da cinefila quale sono è stato troppo bello vedere cosa c'è dietro la produzione di un film, come viene girato, studiato, come vengono pensate le singole scene, come si devono muovere le persone. I carrelli con la telecamera, le Jeep velocissime con la camera montata sù per riprendere tutto, il regista e i tecnici che ridevano come pazzi mentre lavoravano. Insomma, credo che poche volte abbia provato una simile euforia.

Lo so, starei qui a parlare per ore e raccontarvi tutto, ma mi fermo qua, alla fine credo di avervi raccontato ciò che più meritava essere raccontato. Posso solo dirvi che auguro a tutti di poter vivere almeno una volta quello che ho vissuto io, e che adesso (forse per la prima volta) ho davvero capito quanta fatica ci sia dietro la realizzazione di un film e quanto orgoglio e soddisfazione ci sia nel vincere un Oscar.
Prendete questo post come un semplice sfogo di egocentrismo e della mia voglia, stasera, di tuffarmi nei bei ricordi. Certe cose capitano davvero rarissime volte nella vita.

Eleonora Giovannini ©




lunedì 22 giugno 2015

Quando il cinema incontra la cucina: Chocolat

Film del 2000 diretto da Lasse Hallstrom, "Chocolat" è uno di quei film pronto a farci sognare.
Da che mondo è mondo si sa, il cioccolato ha sempre quel gusto particolare che ci porta verso una inspiegabile felicità (quella che fa danzare le nostre papille gustative e la nostra endorfina per intenderci), se poi a ciò aggiungiamo anche un Johnny Depp nel fiore degli anni, nelle vesti di uno zingaro misterioso quanto affascinante, allora il gioco è fatto.

Un film delizioso sotto tutti i punti di vista, ricco di quella magia fiabesca che ci ricorda tanto l'infanzia e che è impossibile non amare.
La storia si svolge in una piccola cittadina chiamata Lansquenet (Francia) nella quale abitano cittadini stanchi, apatici, abituati a nascondere le loro passioni e desideri. Ben presto però le cose cambieranno, quando una giovane donna, Vianne (Juliette Binoche), trasferitasi nel piccolo paese insieme alla figlia, aprirà una cioccolateria proprio durante il periodo quaresimale, scatenando così le ire dei rispettabili e bigotti cittadini.
Vianne infatti è totalmente agli antipodi rispetto al resto degli abitanti; per niente devota alla religione e portando avanti il valore della libertà, alzerà un vero e proprio scompiglio a Lansquenet. Lei stessa non perderà occasione di socializzare con un gruppo di zingari, del quale fa parte il fascinoso Roux, piuttosto che recarsi a messa.
La cosa curiosa è che, nonostante gli strani personaggi che popolano il paesino, siano diffidenti nei confronti della gentile Vianne, sono allo stesso tempo attratti dalla sua cioccolateria, ma soprattutto sarà proprio grazie alle sue creazioni al cioccolato, che riusciranno a far riemergere la loro sopita parte passionale, dimostrando che ognuno di quelle persone in realtà nasconde segreti tutt'altro che rispettabili quanto al limite del decoro. Ed è così inizia un vero e proprio gioco nel quale la nostra Vianne si divertirà ad indovinare il gusto preferito di ogni abitante, azzeccandoci sempre (o quasi): dai cioccolatini a forma di capezzolo, alle praline ripiene e chi più ne ha più ne metta.
Sarà il nostro Roux però a metterla in difficoltà; infatti nonostante tenti spesso di stupirlo con ricette deliziose, scopriremo che il cioccolato che preferisce è semplicemente una cioccolata calda.

E così, preti amanti della musica di Elvis, casalinghe lussoriose e zingari affascinanti, si alternano in una pellicola all'insegna del divertimento, della riflessione e del buon gusto. Una commedia sentimentale che tuttavia stupisce, in quanto è riuscita perfettamente a conciliare una storia semplice, senza mai risultare banale.
Inutile negarlo, il cibo in maniera del tutto inaspettata, si dimostra in grado risvegliare le nostre passioni nascoste, e questo film ce lo svela chiaramente (un po' alla maniera di Boccaccio).

Concludendo, dichiaro apertamente di aver voluto parlare di questo film per via del ciclo appena arrivato e la voglia di cioccolato, lo ammetto, mi sta divorando (credetemi che appena finirete di vedere "Chocolat", correrete in cucina alla disperata ricerca di un cubo di cioccolato nascosto in fondo alla dispensa, oppure vi affannerete fino al supermercato per comprarla se non ne avete).
Quindi se non l'avete ancora visto (mi rivolgo a quei pochi stolti) rimediate immediatamente! Il cioccolato non vi deluderà mai.


Eleonora Giovannini ©





lunedì 8 giugno 2015

Un telefilm al giorno | Breaking Bad

Torno dopo un mese sul mio blog perché, oltre allo studio che mi porta via diverso tempo, ho voluto concentrami su una serie tv che ho rimandato di vedere troppo a lungo; sto parlando del telefilm cult Breaking Bad diretto da Vince Gilligan.
Sarà difficile trovare le parole adatte per quella che definirei "un'opera del piccolo schermo", ma ci proverò. Breaking Bad è forse una delle poche serie che ha messo d'accordo sia critica che pubblico, portandosi a casa Emmy Awards e Golden Globe come se non ci fosse un domani, e ciò è assai raro per una serie concepita per la tv. 
Tuttavia a ben guardare, Breaking Bad è allo stesso tempo un telefilm atipico e non convenzionale, dal momento che vanta di un forte realismo e sdogana i canoni comuni dei precetti televisivi. 


La trama

La storia narra le vicende di un comune cittadino americano, Walter White, che, alla soglia dei suoi cinquant'anni, scopre di avere un cancro ai polmoni. Di colpo, la sua vita gli pare priva di senso, egli si rende conto che non ha mai vissuto come avrebbe voluto, preda di una latente insoddisfazione che sarà costretto a trascinarsi nella tomba.
Decide così, all'inizio per necessità, ma poi per auto affermarsi e sentirsi realmente vivo, di mettere in piedi un monopolio della droga sfruttando le sue conoscenze di professore di chimica, "cucinando" e spacciando metanfetamina. Con lui ci sarà Jesse Pinkman, suo ex alunno tossico dipendente e anch'egli spacciatore. 

Nonostante sia una serie tv, e quindi composta da singoli episodi, la storia ci appare un vero e proprio climax, essi sono strettamente legati l'uno all'altro, tanto che viene meno il concetto stesso di "episodio" come avviene nei più comuni telefilm. 
Ogni personaggio, di media o grande importanza, ha la propria collocazione specifica all'interno della storia, ognuno di essi è fondamentale per dare il senso totale della trama ed è estremamente funzionale; viene spontaneo il paragone con un grande puzzle, in cui ogni tassello deve stare in quel determinato posto per formare il quadro completo. 

Il protagonista, Walter è forse uno dei più interessanti e meglio riusciti nella storia delle serie tv, la particolarità sta senza dubbio nel fatto che per la prima volta in assoluto, si sia voluto incentrare una storia su un personaggio che non è una sorta di anti eroe, ma un vero e proprio antagonista. Per la prima volta hanno dato lustro al "cattivo" facendolo diventare non solo una sorta di punto di riferimento per il pubblico, ma anche motivo di ammirazione e sdegno allo stesso tempo.
Ho riflettuto a lungo riguardo la sua figura, all'inizio trovavo difficile credere che potesse esistere un personaggio come Walter proprio perché ero sempre stata abituata ad un altro genere di telefilm, in cui di norma il protagonista si identifica nel ruolo del "buono"; tuttavia, appena ho compreso il vero scopo di Vince Gilligan, ho trovato questo suo espediente, fantasticamente geniale. Forse è proprio qui che noi stessi possiamo realmente comprendere quanto determinate azioni siano sbagliate, ce lo fanno capire perché il protagonista stesso le vive e ne è completamente preda. Credo che chiunque abbia visto questo telefilm, sia arrivato ad altissimi picchi di riflessione e presa di coscienza; non solo, ma credo anche che facendo diventare un antagonista, protagonista, abbia portato gli spettatori a ragionare in un'ottica differente, interrogandosi sul perché e che cosa spinge un uomo normale come Walter a diventare un vero e proprio criminale.

Il cancro, il non sentirsi adeguato al mondo e la sua improvvisa voglia di riscatto, saranno i motivi che faranno di Walter White un uomo malvagio, che raramente agisce per necessità o semplice avidità, dietro i suoi gesti c'è, paradossalmente, uno scopo "alto". 
Pur non essendo un tossico dipendente, è comunque drogato dal suo mestiere di "cuoco", l'unico che sia riuscito a dare un senso alla propria esistenza, a farlo sentire realmente vivo e potente proprio quando è cosciente di stare per morire e sa che non avrà mai alcun potere di fermare la morte. Inganni, bugie, violenza e rabbia si sostituiscono a quella che un tempo era la sua mite personalità di professore e cittadino comune. 
Walter White e Breaking Bad ci mostrano la discesa nella perdizione di un uomo come ce ne sono tanti al mondo, ci mostrano chiaramente che fatti del genere sono tutt'altro che fittizi ma del tutto possibili. 

Anche gli altri personaggi, come la moglie Skyler, il figlio Walter Jr., il cognato Hank e la cognata Marie, l'avvocato Saul Goodman, il nemico/amico Jesse Pinkman e molti altri, sono tutti caratterizzati da una forte introspezione psicologica che li rende straordinariamente umani, veri, reali. 
Sarà impossibile non affezionarsi, o perché no odiare, qualcuno di loro. 
Nessuna scena è lasciata al caso, e, come ho precedentemente accennato, è studiata in ogni minimo dettaglio; alcune in particolare sono terribilmente violente, quanto vere, nessuno viene risparmiato se è stato deciso che deve morire, nessuno viene fatto morire se è stato deciso che deve essere salvato.
Episodi sorprendentemente cruenti si alternano a picchi drammatici, ma anche sarcastici/ironici (vedi il personaggio dell'avvocato Goodman).

Per finire, non ritengo di esagerare quando affermo che sia una delle migliori, se non la migliore, serie tv di tutti i tempi e che davvero, dopo Breaking Bad, sarà difficile trovarne un'altra che sappia coinvolgere e conquistare alla stessa maniera, in quanto a stile e ricercatezza.


Eleonora Giovannini ©





venerdì 8 maggio 2015

Mamma mia!

In occasione della festa della mamma, ho deciso di parlarvi del film del 2008 "Mamma mia!", tratto dall'omonimo musical scritto da Catherin Johnson e diretto da Phyllida Lloyd; il titolo (come tutti sapranno) è ripreso dalla celebre canzone del gruppo svedese ABBA, gruppo che ha inoltre composto con i propri brani di successo, l'intera colonna sonora.
Il cast stellare è composto da: Meryl Streep, Amanda Seyfried, Colin Firth, Julie Walters e Pierce Brosnan.

Le vicende si svolgono su una ridente località greca chiamata Kalokairi nella quale, madre e figlia, gestiscono un albergo dal nome "Villa Donna"; quando Sophie (la figlia) decide di sposarsi, e quindi desidera conoscere l'identità del padre, dopo aver letto un vecchio diario di sua madre, scopre che potrebbe averne addirittura tre.
Decide così di invitarli tutti sull'isola in occasione del matrimonio e scoprire chi tra di loro sia il padre naturale; da questo momento in poi, si susseguiranno delle divertentissime scene in cui Donna (la madre di Sophie) cerca in tutti i modi di evitare i suoi tre ex amanti, soprattutto per il bene della figlia, nonostante quest'ultima cerchi fino all'ultimo di nascondere la loro presenza sull'isola.

Da amante dei musical, credo che questo sia uno degli adattamenti cinematografici meglio realizzati, nonostante diverse scene siano molto teatrali (soprattutto quelle di ballo e di canto), ho apprezzato moltissimo il taglio leggero che è stato dato all'intera trama.
Un film che non vuole prendersi troppo sul serio nonostante la storia tocchi temi di per sé abbastanza di spessore (e a tratti surreali); la serietà lascia il posto a tantissima auto ironia e la storia non vuole prendersi troppo sul serio, così come ci viene mostrato dagli otto protagonisti. E' una leggerezza intelligente che vuole comunque dirci qualcosa, ovvero che l'amore di una madre è così grande da eclissare anche la mancanza della figura paterna, essendo Donna stata capace di occuparsi della figlia da sola, compiendo mille sacrifici.

Anche se è un film di forma, più che di contenuto, mi è piaciuto moltissimo; è uno di quei film che ti fa trascorrere due ore in assoluta tranquillità, lasciandoti inevitabilmente in testa le canzoni degli ABBA. Senza dubbio gli attori che compongono il cast, contribuiscono a rendere la storia comunque molto credibile, meravigliosa Meryl Streep (arrivata proprio con questa pellicola alla sua quindicesima candidatura all'Oscar), nel ruolo della madre eccentrica, ironica e divertente, che nonostante sia in là con gli anni fa comunque la sua porca figura.
Stupende anche le ambientazioni, le coreografie e i costumi, questi ultimi in stile dance anni '70 proprio in tema con le canzoni degli ABBA.


Eleonora Giovannini ©




 

mercoledì 6 maggio 2015

Amami se hai coraggio

Film franco-belga del 2003, "Amami se hai coraggio" è il primo lungometraggio diretto da Yann Samuell; tra gli attori protagonisti troviamo Guillaume Canet e Marion Cotillard.

Julien è un bambino che sta per diventare orfano di madre, Sophie una bambina polacca derisa da tutta la scuola per il suo essere "straniera"; da tutti tranne Julien, con il quale deciderà di vendicarsi, compiendo delle divertenti malefatte.

La chiave risiede in una scatola di caramelle vuota, chi ce l'ha, lancia la sfida e non deve per nessun motivo tirarsi indietro. Una volta portata a termine, la scatola (e di conseguenza la sfida) passa nelle mani dell'altro.

"Giochi o non giochi?"
"Gioco"

Il gioco si protrae così dall'infanzia per poi passare all'adolescenza e all'età adulta, senza esclusione di colpi; dallo sfidarsi a fare pipì nell'ufficio del preside, ad atti osceni in luogo pubblico, finti innamoramenti, "no" all'altare e via dicendo. Tra i due protagonisti percepiamo una certa chimica, quella chimica che ci farebbe pensare ad un'imminente dichiarazione d'amore, ma che puntualmente viene rimandata a causa di un nuovo gioco.
Quello che prima sembrava un divertente passatempo infantile, si trasforma in una strana perversione, che sfocia quasi in atti eroistici ed autocompiacimento. La loro è un'attrazione folle, cinica, spietata, anche se il regista non manca di inserire nella pellicola, quegli elementi che la rendono allo stesso tempo una storia d'amore pronta a farci sognare. 
Un divertente rincorrersi che sembra sempre una continua sfida a resistere alle rispettive attrazioni, più resistono al fascino dell'altro e più sono affascinanti, più cedono alle provocazioni e più tornano ad essere tristi e scontati.

Lo spettatore verrà catapultato nello stesso gioco di Julien e Sophie, rimanendo col fiato sospeso fino alla fine; colpiti nello stomaco, ci renderemo conto che l'amore può durare in eterno solo se non viene mai fissato nel tempo e nello spazio, ma sfidandolo anzi fino a rischiare la morte. 
Il film è una sintesi vera e propria del concetto di eros e tanatos (amore e morte) che sfocia in un parossismo veramente coinvolgente. 

Il gioco finirà? Se sì, come? 
Una cosa è certa: finché c'è gioco, c'è speranza.


Eleonora Giovannini ©





domenica 3 maggio 2015

Moonrise kingdom

C'è una canzone del gruppo musicale romano Cani, intitolata "Wes Anderson" e recita così:

"Vorrei vivere in un film di Wes Anderson:
  Inquadrature simmetriche e poi partono i
  Kins. Vorrei l'amore dei film di Wes 
  Anderson, tutto tenerezza e finali agrodolci"

Questi pochi versi sono esattamente la descrizione del film di cui vi voglio parlare, ovvero "Moonrise kingdom", uscito nel 2012 e diretto, ovviamente, da Wes Anderson.
Il cast d'eccezione è composto da Edward Norton, che si rivela sempre più straordinario, Bill Murrey e Bruce Willis.
Tuttavia i veri protagonisti della storia in questione sono un gruppo di bambini scout, nel quale uno di loro, Sam, metterà in atto una vera e propria "fuga d'amore" con una ragazzina, Susie.

Ambientato negli anni '60, le vicende si svolgono in un'isoletta popolata da diversi campi scout e piccoli villaggi. Sam e Susie si conoscono ad una recita e subito scatta qualcosa che li porterà a diventare, prima amici di penna, e poi complici della fuga.
Ma perché i due protagonisti decidono di scappare? Entrambi vivono due situazioni familiari difficili, Sam è orfano dei genitori, mentre Susie sa che la madre tradisce il padre con il poliziotto della cittadina in cui vivono; il loro scopo è quindi quello di ritrovare insieme l'infanzia, strappatagli proprio a causa di questi eventi spiacevoli che li portano a crescere e maturare prima del tempo. Il loro stesso amore è molto maturo rispetto all'età che hanno, proprio perché entrambi sanno comprendersi e capiscono il dolore che entrambi vivono.
Questo è particolarmente evidente quando ci vengono mostrati i comportamenti di Sam e Susie e quelli degli altri bambini del campo scout; questi ultimi sono portati ad ubbidire, a ragionare secondo delle regole attenendosi ad esse in modo del tutto infantile (come è anche giusto che sia).
Tuttavia, nel corso della storia, anche loro sapranno mettersi nei panni dei loro compagni fuggitivi, cresceranno a loro volta e saranno capaci di provare una forte empatia, tipica caratterista (anch'essa) dell'infanzia. E' così che questi piccoli bambini saranno i veri eroi della fuga, se prima cercheranno di ostacolarli tentando di riportarli al campo base, successivamente diventeranno dei veri e propri complici.

La giovinezza adulta di Sam e Susie, ci sa regalare nonostante tutto un'atmosfera di fiaba, un mondo idealistico e fantastico, in opposizione a quello squallido e meschino dei grandi. E' una fiaba per adulti recitata da bambini.

La trama, ricca di avventura, ironia e no sense, è incastonata in una regia sublime, solo come Wes Anderson sa fare. Colori caldi, inquadrature paesaggistiche e simmetria, sono le caratteristiche di una fotografia che incanta.
Bella anche la colonna sonora composta da Alexandre Desplat, il quale ha voluto includere pezzi cantati dalle voci bianche del repertorio di Benjamin Britten.

Un film da vedere e rivedere e rivedere!


Eleonora Giovannini ©