giovedì 28 luglio 2016

Ritorno al futuro: manifesto nascosto dell'ideologia di Reagan?

In un discorso sullo stato dell'Unione del 1986, Ronald Reagan, allora presidente degli Stati Uniti, inserì una citazione del film "Ritorno al Futuro".

Non c'è mai stata un'epoca più entusiasmante di questa in cui vivere, un tempo di crescenti meraviglie e di progressi eroici. Come dicono in Ritorno al Futuro: "Strade?! Dove stiamo andando non c'è bisogno di strade!"

Ed è proprio da questa citazione che parte la mia lecita domanda: come mai, Ronald Reagan, citato e preso in giro nel film in questione, decide di inserire in un discorso alla Nazione, proprio una frase in esso contenuta? Provocazione?
Perché, se la memoria non mi inganna, nel film c'è proprio un dialogo tra Marty e Doc in cui Reagan non viene propriamente elogiato.


Doc: Chi è il presidente degli Stati Uniti?
Marty: Ronald Reagan
Doc: Ronald Reagan? L'attore? Ah, ah. E chi è il vicepresidente? Jerry Lewis?


Adesso capite il perché del mio dubbio esistenziale? Non credo che Reagan avrebbe accettato così bonariamente una citazione simile, senza almeno ribattere su qualche rivista o giornale cercando di riscattarsi. Per cui ecco che un'altra domanda mi sorge spontanea: e se in verità, Ritorno al Futuro, non fosse altro che un manifesto (furbamente) nascosto dell'ideologia politica di Reagan, votata al conservatorismo?
Mi sono documentata al riguardo e, contro ogni aspettativa, ho scoperto diverse cose interessanti!
In primis, che non sono l'unica ad essermi posta una tale domanda (anzi, su Sky qualche anno fa fecero addirittura un documentario che spiegava questa chiave di lettura del film!), seconda di poi, le interpretazioni che ho letto, sono del tutto possibili e perfettamente coerenti da un punto di vista storico, politico e sociale.
So che molti di voi, specie se affezionati (come me del resto) alla saga, storceranno un po' il naso, tuttavia per quanto mi riguarda, è affascinante scoprire questi lati nascosti dei film di cui pochissimi sono a conoscenza... e non chiamateci complottisti!

Procediamo dunque per gradi.
La fonte in cui mi sono imbattuta è stata un documento di Fred Pfeil, tratto dal suo libro Politics and Narratives in Postmodern Culture, nel quale accusa Ritorno al Futuro di veicolare un messaggio conservatore.
Infatti, quando Marty torna al 1950, nel film questo periodo storico viene dipinto come il migliore possibile, a differenza degli allora correnti anni '80. Ed è proprio quello che Reagan ambisce a fare come presidente degli Stati Uniti, ovvero riportare il popolo americano al modello di vita di quell'epoca, considerato il migliore per eccellenza. Nel film, gli anni '50, sono descritti con grande entusiasmo e il regista manca di muovere delle implicite critiche a quelli che allora erano degli stili di vita decisamente fuorvianti, come ad esempio l'ambizione del sogno americano (da doversi compiere a qualsiasi costo), per non parlare della mancata emancipazione femminile e una religiosità spinta al bigottismo nelle famiglie "tipo" americane. Non solo, ma anche la musica di allora viene descritta come "migliore di sempre" e il protagonista sembra accettare quasi passivamente il passato senza ricordarsi che viene dagli anni '80, anni in cui si era reduci dai movimenti studenteschi del '68, dalla rivoluzione sessuale e dalla musica dei Beatles.

In questa ottica, la citazione da cui sono partita per scrivere questo intervento, acquisterebbe di senso. Ovvero, non esistevano nuove strade per il futuro semplicemente perché non era l'obiettivo di Reagan andare in contro ad esso. Non c'era bisogno di strade semplicemente perché esistevano già ed erano quelle del passato verso le quali il presidente voleva tornare.

Chissà, magari al film sarà stato concesso di diventare un grande cult proprio perché all'epoca Reagan si rese conto che la pellicola poteva (senza che nessuno se ne rendesse conto) far tornare nel pubblico quella vena di nostalgia del passato che li spingesse ad aderire, anche attraverso il cinema, alla politica che egli stava mettendo a punto per il popolo americano.


Eleonora Giovannini ©





venerdì 27 maggio 2016

Come si diventa eroi?

Vincitore di ben sette David di Donatello, Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti, si presenta agli occhi di critica e pubblico, come una vera e propria novità nella cinematografia italiana.
La pellicola stupisce perché sdogana il filone classico dello stereotipato film super-eroistico, fortemente caratterizzato da scene d’azione, effetti speciali, conflitto tra due antagonisti ecc… delineando un modello e un genere del tutto nuovo, contestualizzandolo all’interno del nostro Paese.
Spesso infatti i film dei supereroi (e i personaggi) appaiono piatti, privi di un vero e proprio spessore che ne delinea la loro originalità, così come succede spesso per le situazioni in cui si imbattono, spesso ricorrenti e standardizzate. Gabriele Mainetti si distanzia totalmente da questo modo di fare cinema, ironizzando proprio attraverso l’azione dei suoi personaggi, il cinecomic americano e tutto ciò che gli ruota intorno, senza mancare di fare del citazionismo schietto.
La prova evidente è nelle parole dell’antagonista, Lo Zingaro, che alla scoperta dei superpoteri del suo nemico, esordisce dicendo:

- T’ha mozzicato un ragno? Un pipistrello? Sei caduto da un altro pianeta? -


Il riferimento metatestuale più rilevante è però la presenza del manga giapponese di “Jeeg Robot” riproposto come paladino di Alessia, una giovane ragazza che ha subìto violenze fisiche e psicologiche e che si rifugia nelle sue fantasie aspettando che Jeeg faccia finalmente giustizia in un mondo governato da orrore e oscurità.

Oltre alla dimensione fumettistica, il film contiene numerosi riferimenti alla Roma da “romanzo criminale” che però qua manca totalmente di una vera e propria drammaticità, in quanto il regista ci fa entrare nel mondo della criminalità organizzata mantenendo sempre un occhio umoristico.
Lo stesso Zingaro, che dovrebbe essere il cattivo per eccellenza, non corrisponde ai canoni del leader classico, ma si presenta come un eccentrico personaggio, sociopatico e spietato che non agisce in funzione di un gruppo di criminali, ma ha solo sete di arrivismo, disposto a sacrificare tutto e tutti per essere riconosciuto.
Il suo modo di agire rispecchia i canoni “televisivi” e agisce come se fosse il mondo fosse un palcoscenico nel quale vuole affermarsi come protagonista; la sua malvagità risiede infatti in un narcisismo estremo che lo porta ad essere completamente privo di empatia.

Altra caratteristica atipica del cinecomic standard sono le ambientazioni: in genere, la città in cui si svolge il conflitto eroe/antieroe è fittizia (prendiamo ad esempio Gotham City di Batman) ed essa serve soltanto come “modello” di metropoli usuale in cui mettere in scena il conflitto Bene/Male, di conseguenza anche il paesaggio e gli spazi in cui si svolgono le azioni risultano essere essenzialmente fumettistiche e di difficile immedesimazione dello spettatore; in Lo chiamavano Jeeg Robot invece ci ritroviamo immersi in degli ambienti del tutto reali, in cui possiamo riconoscerci, pur essendoci lo straniamento messo in atto dal film stesso.
Non solo ma vengono messe in luce anche tutte le problematiche ad essa connesse, come la criminalità organizzata, il degrado delle periferie ecc… nulla insomma che faccia risultare la città come mero sfondo dell’azione.
Il Male che deve essere combattuto è interno alla città stessa e non si configura come un’entità altra antropomorfa.

Gli stessi eroe e antagonista inizialmente sono dalla stessa parte e provengono dalla stessa condizione sociale di emarginati, non solo ma entrambi acquisiscono i poteri nello stesso modo.
Inoltre Enzo (Jeeg) non vuole lottare per “salvare il mondo”, anzi, agisce solo per fini egoistici sfruttando le proprie abilità di “super”. Solo successivamente, in seguito al legame affettuoso creatosi con Alessia, deciderà di agire per uno scopo alto. Enzo diventa supereroe non per scelta, ma per caso, senza che lo desideri in nessun modo; viene meno la corrispondenza superpoteri = superiorità morale, tanto più che inizialmente Enzo è caratterizzato per una forte misantropia e odio della società.


In ultima istanza, la riflessione scaturita da questo film, sta nella capacità di “riciclo” dell’immaginario del nostro tempo, in cui l’unico modo per fare fronte alle difficoltà del presente, è quello di esorcizzare la paura attraverso la dimensione e rappresentazione fantastica.


Eleonora Giovannini ©



giovedì 28 gennaio 2016

The X-Files (la mini serie televisiva)

La serie statunitense X-Files, è stata una delle prime ad essere definita come capolavoro del piccolo schermo (forse seconda solo a Twin Peaks che aveva gettato i semi per questo genere cult), andata in onda dal 1993 al 2002 e distribuita dal colosso Fox.
La particolarità di questo telefilm risiede soprattutto nel suo modo originale di approcciarsi alla sfera fantascientifica, riuscendo però ad affermarsi anche come genere horror e drammatico; tutto questo perché la serie non limita a far vedere scene splatter con alieni che  cercano di annientare l’umanità e viceversa, ma viene dato ampio spazio all’introspezione psicologica dei protagonisti.
Un esempio particolare è quello dell’agente dell’FBI Fox Mulder, da sempre ossessionato dagli episodi paranormali e convinto del fatto che sua sorella sia stata rapita dagli alieni quando era una bambina. Questo episodio particolare sarà la spinta cardine per cui nel corso di tutta la serie, Mulder vorrà a tutti i costi svelare i segreti che ruotano intorno ai fantomatici X-Files, documenti governativi top-secret che indagano sull’esistenza possibile di extra-terrestri.
Non solo, ma anche la cattiveria messa in atto da queste creature leggendarie, non è mai fine a se stessa, ma reca con sé uno scopo “alto”.

Prima di parlare della nuova serie però, ripercorriamo a grandi linee quello che è successo nelle scorse stagioni.
La storia ha come protagonisti gli agenti dell’FBI Fox Mulder (David Duchovny) e Dana Scully (Gillian Anderson), i quali sono chiamati ad indagare su casi di natura paranormale; nonostante alcuni episodi siano per lo più autoconclusivi, vi è anche una sotto trama che ambisce ad avere un proprio sviluppo e riguarda un complotto messo in atto tra il governo statunitense e gli extra-terrestri per fare in modo di agevolare la conquista (inevitabile) della Terra e, al tempo stesso, di creare degli ibridi alieni/umani, in modo tale da salvare gli umani, attraverso un vaccino, che verrebbero sterminati dall’imminente conquista.
Tramite questo compromesso, infatti, si risparmierebbe la vita anche ad una fetta della razza umana.

Ed è proprio qui che prende il via la nuova stagione, andata in onda su Sky lo scorso 26 Gennaio; ritroviamo così i nostri due agenti preferiti, alle prese con vite diverse ma sempre segnati dal loro passato che torna ad essere incombente nelle loro vite.
Troviamo Mulder sempre ossessionato dalla realtà extra-terrestre, dalle sue creature e dai complotti che sono tornati prepotentemente ad essere presenti nella sua vita; e troviamo Dana Scully alla prese con i tragici ricordi di un figlio ormai perduto.
Le prime due puntate uscite non fanno rimpiangere niente delle vecchie stagioni, e anzi, sono costruite in modo tale da far tornare nello spettatore anche quella vena di nostalgia che tanto ci piace. Ciò lo vediamo dai volti stessi dei due agenti, che, anche se segnati dal tempo, sono rimasti pressoché uguali; per non parlare delle ambientazioni, i numerosi flashback alle passate stagioni e l’atmosfera inquietante e intrisa di mistero che da sempre caratterizza X-Files.

Tuttavia la nuova (mini) serie è stata concepita per essere apprezzata anche da chi non ha mai visto le precedenti, quindi per chi se le fosse perse, non ha scuse: è arrivato il momento di lanciarsi verso esperienze extrasensoriali, UFO, mutazioni genetiche e teorie del complotto!

Per chi, invece, proprio non vuole fare a meno di sapere che cosa è successo nelle stagioni precedenti, ma al tempo stesso non ha tempo né voglia di vedersi 202 episodi, il sito americano TVINSIDER.com ha stilato una lista di episodi a stagione necessari a carpire l’essenza e i fatti salienti del telefilm, in modo tale da facilitarvi questa immane impresa.



Eleonora Giovannini ©



martedì 12 gennaio 2016

Pillole di cinema | Tom Hanks sempre più umano

Tom Hanks torna più in forma che mai nel nuovo film di Steven Spielberg, "Il ponte delle spie", regalandoci un personaggio di grande spessore psicologico ma soprattutto umano.
Ed è proprio sulla parola "umanità" che mi voglio soffermare oggi; perché se è vero che il protagonista James B. Donovan è uno dei più illustri avvocati nella New York della guerra fredda, è anche vero che si dimostra perfettamente coerente con la morale giuridica e personale, cosa assai rara in quell'epoca storica.
Chiamato ad essere l'avvocato difensore di una sospettata spia sovietica, egli comunque svolge il proprio lavoro senza esser condizionato da alcuna ideologia di bandiera, anzi, spesso e volentieri verrà preso per pazzo a voler difendere fino in fondo, in maniera impeccabile, il proprio imputato.
E' interessante vedere come James Donovan voglia a qualsiasi costo essere fedele al proprio mestiere, facendo dell'imparzialità e della razionalità il proprio credo, nonostante questo gli costerà esporsi a dei gravi rischi, considerando il grande clima di tensione che l'America viveva durante la guerra fredda.

Ma gli incarichi per il nostro avvocato non finiscono qua, infatti, successivamente egli sarà incaricato dai servizi segreti della CIA di negoziare il rilascio di Francis Gary Powers (pilota americano finito a seguito di un incidente aereo in territorio sovietico), in cambio della spia russa catturata a New York che aveva avuto il compito di difendere.
In questa occasione, James Donovan sarà costretto ad andare a Berlino, allora divisa tra Berlino Est e Berlino Ovest, in quanto lo scambio sarebbe dovuto essere effettuato sul così detto "Ponte delle Spie"; ed è proprio qui che l'umanità del protagonista viene fuori al cento percento.
Ho apprezzato tantissimo come è stato reso sullo schermo, ovvero un personaggio semplice ma di larghe vedute; un uomo che pensa soltanto a svolgere al meglio il proprio lavoro al fine di evitare che vengano condannate persone innocenti o di cui non si hanno prove assolute di colpevolezza, un uomo che non si risparmia di essere ironico e che esprime per tutta la seconda parte del film, solo il desiderio di tornare a casa perché si è beccato un raffreddore, un uomo stanco di una guerra inutile come la guerra fredda e disposto a tutto pur di frenare almeno dove gli è possibile, quell'odio e quella violenza immotivata.


"Ogni persona merita una difesa. Ogni persona è importante"


E sempre per rimanere in tema "umanità", ho amato anche la scena finale, ovvero quando Donovan torna finalmente a casa e, distrutto e stanco, si fionda sul letto vestito e finalmente si addormenta. 
Il premio che più di tutti aveva agognato. 


Eleonora Giovannini © 




giovedì 17 dicembre 2015

Il Viaggio di Arlo

Torno dopo mesi e mesi a scrivere sul mio amatissimo blog.
Non stupitevi, quindi, se nel frattempo ho perso la capacità di scrittura... spero possiate perdonarmi in caso (e qui mi rivolgo ai miei tre lettori assidui capitati per sbaglio su questa piattaforma).
In breve, sono stata così tanto assente per diversi motivi, il primo è stato l'inizio del nuovo semestre universitario; credetemi che tornare a casa tutti i giorni alle otto, ti fa passare perfino la voglia di leggere le etichette dei detersivi quando sei al bagno; il secondo motivo è stato l'arrivo di un fidanzato fantastico che ha pensato bene di stravolgere la mia routine dedicandomi amore, tempo e cibo. Quindi capitemi se, in questi mesi intensi, ho avuto la testa completamente altrove che nemmeno il Dottor Manhattan (non che di solito non ce l'abbia, quindi pensate un po' voi...).
Tuttavia, ciò non ha di certo spento la mia passione per la scrittura e per il cinema, quindi, appena arrivate le vacanze natalizie, ho pensato bene di tornare su questi schermi.

Il film di cui voglio parlare oggi, è l'ultimo film d'animazione targato Pixar, uscito nelle sale il mese scorso: Il Viaggio di Arlo.
Ammetto di essere andata al cinema con non poche apprensioni (e col mio ragazzo ahah), dal momento che solo due mesi prima, la Pixar ci aveva già regalato un altro prezioso gioiellino (Inside Out), per non parlare di tutti i commenti poco convinti di chi era già andato a vederlo. Ma come avrei potuto non correre al cinema?! Il trailer mi aveva stregato e poi, da amante dei dinosauri quale sono, ero troppo entusiasta all'idea di un film d'animazione con loro come protagonisti!
Inizio subito dicendo che questa pellicola non ha deluso assolutamente le mie aspettative, anzi, mi sono stupita che gli autori fossero riusciti a ideare un altro piccolo capolavoro in così poco tempo. Non è mia intenzione paragonare "Il Viaggio di Arlo" ad "Inside Out", perché sono due film e due storie completamente diverse, quindi evito subito di fare confronti dovendo essere costretta per forza a decidere quale dei due sia migliore o peggiore.
"Il Viaggio di Arlo" ha una trama molto semplice, si vede che il target mira ad un pubblico molto più giovane rispetto ad "Inside Out", tuttavia non manca (come al solito) di essere pregno di grande profondità e carica emozionale. La storia è incentrata sulla voglia del protagonista (Arlo) di riscattare la propria condizione di mediocrità e di codardia che l'ha sempre caratterizzato fin dalla nascita; Arlo ha avuto persino paura di uscire dall'uovo in cui si trovava, a differenza degli altri sui fratelli che hanno sempre dimostrato di saper affrontare il mondo senza alcun timore. È per questo motivo che spesso il piccolo dinosauro viene preso in giro, dato che ha persino paura di affrontare un gruppo di galline (come dargli torto?!); sarà solo dopo un tragico episodio e la conoscenza, divenuta poi amicizia, con un bambino nemico/amico, che Arlo imparerà ad affrontare il mondo esterno dal quale si era sempre voluto proteggere. Un viaggio, come il titolo ci richiama alla mente, caratterizzato da una crescita interiore, non solo per il superamento delle fobie del protagonista, ma una crescita intesa anche come apertura verso il mondo stesso, come ci dimostra l'amicizia tra lui e Spot, apparentemente diversissimi, ma uguali allo stesso tempo. Segnati entrambi da un dolore incolmabile come la perdita dei genitori. Interessante notare come tra i due ci sia un dialogo non fondato sulla comprensione reciproca del linguaggio, ma caratterizzato da una comunicazione prettamente gestuale o indiretta. Una scelta stilistica che ho apprezzato tantissimo (mi ha richiamato alla mente "Tarzan", film Disney focalizzato interamente sul concetto di diversità e su un dialogo quasi inesistente ma comprensibile al tempo stesso).

Il film è apprezzabile anche per la bellissima grafica computerizzata che come sempre la Pixar sa regalarci; in questo particolare caso vorrei soffermarmi sul modo meraviglioso che hanno trovato per realizzare l'acqua, tanto da sembrare vera (ma già sapevamo di quello che erano stati capaci di fare in "Alla ricerca di Nemo").
Bellissime naturalmente anche le ambientazioni!
Se devo essere sincera, non ho trovato particolari carenze del film, come molti invece hanno sostenuto, dicendo che fosse un'accozzaglia di altri film d'animazione Disney. L'ho apprezzato per la sua semplicità ricca però di potente carica emotiva, una pellicola capace di farti commuovere ma allo stesso tempo strapparti un sorriso, ed è quello che ogni cartone animato ha lo scopo di essere. Quindi, prima di giudicare basandovi solo sulle recensioni di famosi giornalisti o YouTuber (ormai ci si son messi anche loro), abbiate la possibilità di vederlo per decidere voi stessi da che parte stare.

Voto: 8


Eleonora Giovannini ©



martedì 6 ottobre 2015

Un telefilm al giorno | Chuck

Doveva arrivare questo momento prima o poi, doveva arrivare il momento in cui vi avrei parlato del mio telefilm preferito in assoluto: Chuck.
So cosa state pensando, di certo non è uno di quei telefilm eccezionali, dalla regia incredibile e condito da scene mozzafiato, eppure, sempre per rimanere coerente con me stessa, ha un posto di riguardo nel mio cuore. Non c'è Breaking Bad, Twin Peaks o Doctor Who che tengano, nonostante queste serie tv citate rientrino tra quelle che più preferisco, Chuck la fa da padrone.
Ma andiamo per gradi.
Serie televisiva statunitense prodotta dalla NBC, trasmessa dal 2007 al 2012, nata dalle menti di Josh Schwartz e Chris Fedak, narra le avventure di un giovane ragazzo nerd, Chuck, timido e impacciato, che dopo aver ricevuto una mail dal suo migliore amico (agente della CIA sotto copertura) scarica inconsciamente nel suo cervello, un supercomputer neurale contenente tutti i segreti governativi della CIA e dell'NSA.
Non appena le agenzie di spionaggio americane, vengono a conoscenza di questo episodio, per proteggere i segreti nazionali che sono ormai parte integrante della mente del ragazzo, Chuck verrà coperto da due agenti di spicco di entrambe le agenzie, rispettivamente Sarah Walker per la CIA e John Casey per l'NSA.
Inutile dire che da questo momento in poi, per il giovane Chuck e gli altri due agenti, seguiranno una serie di avventure incredibili al limite del comico e dell'assurdo, senza però mancare di momenti colmi di grande partecipazione emotiva e riflessione. I tre protagonisti, vedremo poi col tempo, arriveranno ad instaurare un legame decisamente inaspettato, quanto bellissimo.
Ma se Chuck, Sarah e Casey sono il trio d'oro di questo telefilm, non sono da meno neppure gli altri personaggi secondari, come il migliore amico di Chuck, Morgan, Jeff e Lester, Big Mike, Capitan Fenomeno e chi più ne ha più ne metta. Se i primi sono coinvolti in missioni speciali per la salvaguardia del mondo, anche questi ultimi sono i primi a battersi per le loro piccole e grande "lotte" quotidiane. Ed è proprio questa una delle trovate che più ho apprezzato di questo telefilm, ovvero che vengano messe sullo stesso piano, delle vicende che sembrano totalmente agli antipodi, ma dai quali in realtà è possibile imparare la medesima lezione.
In questo telefilm troverete di tutto: dalla commedia, all'azione, al romanticismo... nulla è stato risparmiato! Non stupitevi se passerete dal ridere fino alle lacrime, a piangere lacrime di vera sofferenza.

Altro encomio va senza ombra di dubbio alla colonna sonora, composta da canzoni e brani bellissimi, che vanno dall'hindie rock/folk al pop commerciale (per i meno sofisticati), pur incastrandosi perfettamente con la trama di un singolo episodio o di una singola scena.

La serie completa prevede cinque stagioni di ventitré episodi circa, della durata di quaranta minuti. Sebbene abbia avuto molto successo, la NBC nel 2012 decise comunque di cancellarla, dando un finale che tutti i fan hanno trovato decisamente troppo... aperto! Alla fine dell'ultima puntata ti viene spontaneo chiedere: "PERCHE'?!" oppure "E ADESSO? VOGLIO SAPEREEE".
Amici cari e fan non demordete, più volte è stato detto da alcuni attori del cast, ma soprattutto dal grande attore protagonista Zachary Levi che è in cantiere un film che dovrà dare una degna conclusione a tutta la serie, così tanto amata dal pubblico (un po' come è successo qualche anno fa con il film di Veronica Mars, anch'esso sprovvisto di un finale degno).

Concludendo, volevo soltanto dire che per me Chuck significa amore, significa famiglia, significa mai smettere di lottare per qualcosa in cui credi, significa riporre la fiducia negli altri e non aver paura di aprire il proprio cuore e lasciarci entrare dentro qualcuno.
Mi ha insegnato che va bene essere appassionati a qualcosa, anche se si tratta di un telefilm, ad amare una serie così tanto da essere coinvolta totalmente nelle storie di ogni personaggio.
Quindi, con questo piccolo post, volevo a mio modo ringraziare tutte le grandissime persone che hanno creato e che hanno preso parte a questo telefilm, rendendo la mia vita forse un po' più magica.


Eleonora Giovannini ©





domenica 27 settembre 2015

Inside Out: non chiamatelo film per bambini

Capolavoro annunciato, il film d'animazione Pixar "Inside Out", ha conquistato indistintamente critica e pubblico alla sua prima uscita nelle sale.
Ammetto di essere andata al cinema con un po' di apprensione, perché si sa, troppa aspettativa a volte ci lascia con l'amaro in bocca; fortunatamente così non è stato. Come tutti hanno ormai detto prima di me, "Inside Out" è uno di quei film Pixar che rimarrà nella storia, insieme a "Toy Story", "Alla ricerca di Nemo" e molti altri. Tuttavia ciò che caratterizza questa pellicola, a differenza forse delle precedenti, sta nel fatto che essa ambisce ad essere apprezzata maggiormente anche da un pubblico adulto e semi adulto, raccogliendo così intorno a sé un grande numero di seguaci.

La storia è incentrata sulla crescita di Riley, undicenne che a un certo punto della sua vita quasi perfetta,  si ritrova ad essere catapultata in una realtà completamente opposta a quella in cui aveva sempre vissuto, fatta di amici, divertimento e affetto genitoriale.
Questo avviene nel momento in cui la ragazzina, a causa del lavoro del padre, è costretta a trasferirsi dal Minnesota a San Francisco, città caotica e frenetica in cui ogni cosa appare grigia e spenta.
Ma c'è di più. I veri protagonisti infatti si trovano nella testa di Riley e non sono altro che le proprie emozioni: Gioia, Rabbia, Disgusto, Tristezza e Paura.
Se fino a qualche tempo prima, Gioia aveva il controllo su ogni altra emozione della nostra giovane amica, da questo momento iniziano a farsi strada anche le altre emozioni, scombinando completamente il suo modo di essere, per certi versi nuovo e insolito. Riley si troverà ad affrontare situazioni che la indurranno a provare molteplici sentimenti, diversi e contrastanti, tanto che Gioia e Tristezza finiranno per essere sepolte in una zona remota della sua mente. Perse. Col rischio di farle scomparire per sempre, lasciando il controllo della sua mente a Disgusto, Paura e Rabbia (i tipici sentimenti predominanti nella pre-adolescenza).
Vedremo le isole della personalità di Riley crollare a poco a poco, simbolo di un crollo improvviso delle certezze che fino ad allora l'avevano resa quella che era. Incompresa dai genitori, tradita dall'amicizia, consapevole di aver superato quella fase della vita in cui tutto si risolveva con una battuta o un gioco, la giovane protagonista sarà inevitabilmente costretta a crescere, a maturare e a mettersi in discussione per la prima volta.
Capirà che la sua mente inizia a ragionare in modo diverso, anche istintivo, ma allo stesso tempo la metterà di fronte alla possibilità che crescendo si possono commettere degli errori a cui prima non avevamo minimamente pensato.

Il film è una presa di coscienza sulla crescita emotiva ed intellettuale a cui ognuno di noi è andato in contro nella fase della prima giovinezza, imparando nostro malgrado a saper rinunciare a quella parte infantile di noi che ci salvava dalle difficoltà della vita. Crescendo infatti, l'emozione predominante della Gioia non ci basterà più, impareremo a far convivere le altre emozioni, compensandole una con l'altra. Tutte sono indispensabili. E questo film ce lo mostra chiaramente.
Perciò dico che non è il solito "film per bambini", perché per quanto ci siano dei momenti comici, buffi episodi e personaggi stravaganti, ha uno scopo più alto e vuole arrivare ad un pubblico più adulto, infondendogli una vena di nostalgia. Il rischio è che, appunto, un bambino non colga immediatamente il significato; tuttavia ritengo ugualmente che sia degno di essere visto anche da un pubblico molto giovane, proprio perché secondo me è un modo che hanno voluto trovare gli autori del film, per mettere dolcemente "in guardia" i bambini mostrando loro che ciò che arriveranno a provare a livello emozionale quando saranno più grandi, e di non spaventarsi perché è un processo del tutto normale e perfettamente superabile, proprio come è accaduto a Riley.

Ma "Inside Out" non si contraddistingue solo per la trama ricca di sfumature di significato, ma anche per una grafica computerizzata che incanta. Le stesse emozioni sono realizzate con un materiale che richiama la lana, cosa che credo sia difficile rendere fedelmente sullo schermo; ho amato anche come è stata realizzata la mente di Riley, ogni suo ricordo, emozione, per non parlare del modo in cui vengono realizzati i sogni!
Insomma, che dire, ormai avete capito che è un film che ho trovato geniale sotto tutti i punti di vista. Per cui, se ancora non l'avete visto, non indugiate oltre e catapultatevi al cinema!


Eleonora Giovannini ©