lunedì 23 marzo 2015

50 sfumature di schifo

Lo so, so cosa state pensando, e avete ragione riguardo al fatto che ormai, da anni a questa parte, non si fa altro che parlare di Anastasia e Mr. Grey. E per quanto se ne possa parlar male, è bene ammettere che non esiste cattiva pubblicità; ahimè a volte è proprio il parlarne male che fa crescere l'interesse della gente, verso una determinata cosa. In questo caso, per un libro/film.
Premesso questo, sento da troppo tempo di voler dire la mia riguardo il film "Cinquanta sfumature di grigio" uscito qualche mese fa nelle sale di tutto il mondo. Mi esprimerò solo sulla pellicola, dato che non ho letto il libro (e nemmeno ci tengo) perché ritengo opportuno che per criticare, sia positivamente che negativamente, è necessario conoscere ciò di cui vogliamo parlare.
Ovviamente ho visto il film in streaming, dato che, sapendo la trama e le varie vicissitudini raccontatemi da chi aveva letto il libro omonimo, non avevo assolutamente voglia di dare i miei soldi per una roba del genere.
Ma veniamo al dunque.

Tecnicamente il film non è realizzato male, la fotografia è apprezzabile, e insomma, dal punto di vista visivo niente da dire, certo non è al pari dei premi Oscar, però diciamo che non è una trashata pazzesca. Quello di cui dobbiamo preoccuparci è la storia in sé, che, vi giuro, ho trovato esilarante dall'inizio alla fine. O meglio, si ride per non piangere.
I personaggi sono assenti di qualsiasi tipo di psicologia o introspezione.
Anastasia è una povera idiota che non sa cosa vuole dalla vita.
Mr. Grey è uno stalker pieno di soldi che nessuno ancora ha capito che lavoro faccia.
Il fratello di Mr. Grey è un tamarro messo lì a caso per far vedere che è un povero stronzo che non potrà mai competere con Grey.
L'amica di Anastasia è la classica amica gnocca che ha il compito di dare lezioni di vita all'amica sfigata.
La madre di Anastasia è una milf paurosa stupida come pochi esseri dotati di cervello.
E insomma, già per questi motivi, potete capire l'alto livello di questo film. Oltre a ciò, i dialoghi tra i personaggi sono banali, insensati e scontati, al limite dell'irrealtà. Ed è proprio questo quello che "Cinquanta sfumature di grigio" è: una storia senza senso.
In breve, la sfigata Anastasia si reca nell'ufficio di Mr. Grey al posto dell'amica per fargli un'intervista, appena lo vede, si susseguono vari orgasmi da parte di lei solo alla vista di lui che serra le mani al bordo del tavolo. Nel giro di qualche giorno lui la stalkerizza e lei cade inevitabilmente ai suoi piedi (schifando il povero fesso dell'amico innamorato di lei da quindici anni). Ma hey, ovviamente non è tutto rose e fiori e si viene a scoprire che le doti di Mr. Grey vanno oltre soldi, macchine ed elicotteri con cui si sposta comodamente per Seattle, infatti pratica il sadomasochismo da quando era un adolescente, è incapace di provare amore e, testuale, lui "non fa l'amore. Lui scopa, forte".
Anastasia è in preda allo sconforto, oltretutto è vergine, figurati se la cagherà ancora; ma fortunatamente non è così (perché tutti noi sappiamo che tutte le storie simil Fan Fiction hanno risvolti felici) e Mr. Grey sembra tutto sommato apprezzare quella ragazza alle prime armi, tanto che le mostrerà la sua "stanza dei giochi", piena di manette, frustini e pennaggi. Cose che appaiono quasi normali alla tenera e dolce Anastasia.
Susseguono scene noiose in cui lui le dice "mangia!", "hai preso la tua decisione?", "non morderti il labbro", "mangia!" e la convince a tutti i costi a firmare il fantomatico contratto che li farebbe diventare "vittima" e "dominatore" nei loro incontri sessuali. Sembra che le cose vadano bene tra i due, salvo alcune apparizioni no sense da stalker da parte di Mr. Grey, fin tanto che Anastasia decide di chiedere perché ha voglia di picchiarla e farle male. Non l'avesse mai fatto!
La ragazza, spinta da un coraggio indefinito, cede alle pressioni del nostro uomo bello e dannato (che poi non so voi, ma a me non mi pareva nemmeno tutta sta bellezza) e si fa menare come se non ci fosse un domani. Alla fine di sei sculacciate, lei si alza, si incazza e se ne va in preda alle lacrime. Fine.

Ora, tralasciando questa scialba recensione piuttosto ironica, è bene mettere subito in chiaro che questo film prima di tutto non parla di una storia d'amore, né tanto meno di sadomasochismo come vogliono farci credere!
Questa storia è il vero emblema di una violenza domestica, della donna sottomessa da un "padre padrone" che la obbliga a fare cose che non vuol fare, che la tratta come una pezza da piedi e che si sente potente ad averle strappato la verginità.
Prima di tutto, a mio modesto parere, non c'è niente di cui vantarsi nel togliere la verginità ad una ragazza, Mr. Grey è un uomo che si sente fiero e potente nell'aver rotto un pezzo di pelle, quando in realtà dovrebbe sentirsi grato di aver conquistato per la prima volta il cuore di qualcuno.
Seconda di poi, il vero sadomasochismo è consenziente. Cosa che in "Cinquanta sfumature di grigio" non è affatto. Anastasia accetta il ruolo di sottomessa dopo varie pressioni psicologiche e capricci di lui (con questo non dico che è una povera vittima, semmai una povera scema) ma di certo non prova piacere a farsi legare, bendare e imbavagliare. Come mi è stato insegnato dal film "Secretary", il sadomasochismo presuppone che da parte di entrambi ci sia il desiderio di sentirsi chi da un lato sottomessa, chi dall'altro dominatore.
La/il sottomessa/o è colui/colei che è masochista, che prova uno strano piacere nel farsi del male e che vuole cedersi completamente al dominatore proprio per questo motivo, così come quest'ultimo vuole avere il controllo di tutto e desidera che la vittima sia a sua completa disposizione. Di fondamentale rilievo è che, entrambi, convivono con un disturbo psicologico che li porta ad agire in questo modo. Cosa ben lontana dal rapporto tra Anastasia e Mr. Grey.
Quello che c'è di marcio in tutta questa storia, è che è stata spacciata per quello che in realtà non è. Nessuno dovrebbe leggere il libro, né guardare il film perché entrambi sono portatori di un messaggio completamente sbagliato, capace purtroppo di traviare le menti di chi ha poco senso critico. E' bene ricordare che se mai vi imbatterete nel Mr. Grey di turno, dovrete alzare la cornetta e chiamare la polizia, perché care mie donne, mi spiace deludervi, ma un uomo che vi tratta come Christian è un buono a nulla e che non vi basterà il vostro spirito di crocerossine per fargli magicamente cambiare visione del mondo. Chi vi costringe con metodi ambigui a fare ciò che non sentite di voler fare, vi reca violenza. Un uomo che si permette di buttarti via la macchina per comprartene una nuova, ti violenta.
E non per fare la femminista da quattro soldi, ma purtroppo vedo sempre più donne/ragazzine che sognano di trovare il Mr. Grey dei loro sogni ed è preoccupante. Ricordatevi che innamorate sì, ma fesse no.

A questa lunga critica, aggiungo anche una lamentela personale riguardo alla scelta dell'attrice che interpreta Anastasia. Io dico basta, basta al luogo comune della ragazza che è figa e non sa di esserlo, cos'hai a casa tesoro, specchi di legno? Non è peccato non essere cessi ambulanti. Quindi, se Anastasia doveva essere brutta, allora dovevano scegliere un'attrice brutta! Non una potenziale gnocca vestita male, è ancor più contraddittorio.

Per finire, vi lascio a qualche scena che davvero mi ha colpito in quanto ad ilarità.

Scena numero 1: Anastasia entra nell'ufficio di Mr. Grey per la prima volta e inciampa cadendo nel nulla.
Scena numero 2: Grey e Anastasia rientrano a casa di lei e trovano rispettivamente fratello ed amica a darci dentro. Ovviamente non si premurano di uscire di casa e rientrare più tardi, anzi entrano come se nulla fosse e il fratello scemo di Grey li saluta calorosamente con l'uccello al vento in modo del tutto normale.
Scena numero 3: Anastasia, dopo l'intervista con Grey, in preda ad allucinazioni estive, allarga le braccia per strada sotto la pioggia e sussurra "che caldo".
Scena numero 4: In tutte le scene di "sesso" (tra virgolette perché di certo non è un film spinto), Mr. Grey ha sempre o quasi i pantaloni addosso. Paura che l'uccello voli via?
Scena numero 5: Grey porta Anastasia a fare un giro in elicottero per il loro primo appuntamento. Roba che se lo facessero a me, glielo righerei senza batter ciglio. E non è invidia, ma buon senso.
Scena numero 6: Grey: "Adesso ti faccio vedere la stanza dei giochi" Anastasia: "E' dove giochi all'Xbox?". NO MARIA, IO ESCO.

Ammetto che potrei continuare con questa lista, ma mi fermo qui, non vorrei spoilerarvi troppo. Tutto sommato credo che come film comico sia ben riuscito, azzarderei che sia quasi al pari della web-series di Lory Del Santo. Davvero ottimo se volete farvi due risate!


Eleonora Giovannini ©



domenica 15 febbraio 2015

La scomparsa di Eleanor Rigby

Ammetto di essermi avvicinata a questo film per tre motivi principali: la protagonista porta il mio stesso nome, sono fan dei Beatles e subisco il fascino degli occhioni azzurri di James McAvoy.
Tuttavia, se vi aspettavate che la canzone dei quattro ragazzi di Liverpool avesse a che vedere con la trama, temo che rimarrete delusi; infatti nel film stesso, viene detto chiaramente che si tratta di una semplicissima coincidenza dovuta al fatto che il padre di Eleanor si chiami Rigby di cognome ed abbia, di conseguenza, voluto chiamare la figlia in quel modo perché fan dei Beatles.
Come dicevo, la storia verte su tutt'altra tematica, ovvero la perdita di un figlio piccolo e la conseguente disfatta di un matrimonio.
Pur partendo dalla storia d'amore tra Eleanor e Connor, il film si concentra principalmente sulla loro crisi matrimoniale, sull'incapacità di ritrovare un ordine o quanto meno un equilibrio dopo la tragica scomparsa di loro figlio Cody. E' un film fatto di silenzi, di frasi non dette, di incapacità a dialogare, di paure e insicurezze; non solo per i protagonisti, ma anche per le rispettive famiglie. Ci mostra come tutti siamo stati vittime di situazioni irrisolvibili, tragici eventi, difficoltà, ma ci fa capire che c'è sempre una soluzione, che non siamo soli e che è possibile accettare determinate situazioni.

Perché Eleanor scompare?
Beh, diciamo che non scompare nel vero senso del termine, in quanto la ritroviamo per tutta la durata della pellicola, piuttosto il suo è uno scomparire dal marito a seguito di un tentato suicidio; semplicemente torna a vivere dai suoi genitori, con i quali spererà di trovare un ambiente che la aiuti a far dimenticare il proprio passato.
Connor non farà altro che cercarla, disperatamente tenterà un approccio per trovare un compromesso, una soluzione. Entrambi si amano in fondo, perché dovrebbero mollare tutto? Perché sembra così difficile rimettere insieme i pezzi? Sarebbe tutto più semplice, forse, se nella vita bastasse solo premere rewind per ricominciare tutto da capo.

Trovo che questo film sia stato, tutto sommato interessante, certo ha molti difetti; i lunghi silenzi, le numerose pause e i colori tendenti al marrone e al blu scuro, fanno sì che scorra lentamente, insomma, non ci sono grandissimi colpi di scena e quei pochi tentatavi fatti dal regista, vengono subito sopiti.
Non solo, ma non si capisce molto bene come Eleanor e Connor siano entrati in crisi, non c'è nessun accenno al motivo del tentato suicidio di lei, né ai loro problemi di coppia; non viene neppure minimamente accennato a come Cody (che in tutto il film viene chiamato per nome solo una volta) sia morto.
Non lo so, forse mi sarebbe piaciuto vederlo, forse avrei avuto le idee più chiare in merito allo svolgimento della trama. E' come se il regista si concentrasse troppo sulla visione di Eleonor trascurando un po' quella del marito. E questo è sbagliato, essendo loro due i protagonisti della storia.
Altra pecca che ho riscontrato è stato il finale aperto: semplicemente si vedono Eleonor e Connor che si inseguono camminando sulla stessa strada, nello stesso parco in cui avevano consumato il loro amore giovanile. Due linee parallele che sembrano non essere mai destinate ad incontrarsi, pur correndosi dietro.
Nonostante ciò, però, credo che il regista abbia voluto lasciar intuire che i due protagonisti, prima o poi, si sarebbero dovuti ritrovare; questo l'ho capito per due motivi principali:
1. E' Eleanor a seguire Connor. Ciò presuppone una volontà al riavvicinamento di lei, dato che per tutto il film si intuiva implicitamente che lui tentava ogni modo possibile per avvicinarsi a lei.
2. Eleanor sorride, come se avesse la certezza che sarebbe tornata da lui, considerando anche il fatto che era appena tornata da una permanenza di studio a Parigi che l'aveva tenuta lontana da casa per parecchio tempo.

Per concludere, se devo dire se questo film mi sia piaciuto o meno, non saprei dare una risposta certa. Forse è stato fatto apposta per aprire dibattiti e mille diverse interpretazioni.
Quindi sarebbe proprio bello se voi lo guardaste.

Eleonora Giovannini ©




Still Alice

Richard Glatzer e Wash Westmoreland hanno voluto fortemente che, chiunque guardasse questo film, si sentisse completamente parte della storia della protagonista, o meglio, della malattia di cui Alice è diventata vittima: il morbo di Alzheimer.
Il senso di smarrimento percorre ogni singolo sviluppo della pellicola, tanto da fare in modo di sentirci a nostra volta persi, spogliati di qualsiasi sicurezza. Vivremo le stesse sensazioni che la Alice malata vive, come il non sapere dove ci troviamo o dove sia il bagno in casa nostra. Ogni cambio di scena, ogni cambiamento di tempo e di spazio, ci proietta nella sua dimensione personale e nella sua condizione di malessere.
Paesaggi e oggetti sfocati, indirizzi dimenticati, parole impossibili da raggiungere.
Ma questo non è l'unico aspetto che ho apprezzato di più di questa pellicola, anzi, credo che il bello risieda proprio nel modo in cui la protagonista affronta l'Alzaheimer; Alice è senza dubbio simbolo di forza, ogni giorno della sua vita combatte fino allo stremo pur di non essere privata dei propri ricordi migliori, combatte per non perdere totalmente la propria indipendenza, le proprie emozioni, i propri ricordi. Ogni giorno si sforza di lottare contro qualcosa che sa che prima o poi la porterà a perdere tutto, tutto quello che era riuscita ad ottenere nei suoi cinquant'anni di vita. La carriera, un matrimonio, i figli. Non solo, ma essendo la sua malattia ereditaria, il dolore è ancora più grande nel sapere che questi ultimi saranno, un giorno, vittime come lei.
Nel primo stadio della malattia, quello meno grave, si affiderà alla tecnologia, in un iPhone scriverà le domande da porsi ogni giorno, quelle che dovrà a tutti i costi ricordarsi fino all'ultimo.
Come si chiama la mia figlia più grande?
Dove vivo?
In che mese sono nata?

Ho trovato particolarmente commovente il video che la Alice del passato aveva registrato per la Alice del futuro, dove, come una mamma amorevole, racconta ad una donna smarrita che ha avuto una vita felice e piena di successi personali e che non deve preoccuparsi di quello che la sua mente ormai non è più in grado di percepire o ricordare.
Credo che la scena più toccante di tutte, sia proprio quella in cui lei e il marito sono ad un Frozen Yogurt, e lei poggia delicatamente la testa sulla sua spalla, affidandosi completamente a lui. In questo semplice gesto, forse banale, è racchiuso tutto l'amore che lega Alice al marito e viceversa; nonostante la malattia, lei rimane lei. Rimane Alice.

Un film che lascerà gli spettatori sicuramente colpiti, partecipi sentiti di un dolore in cui inaspettatamente saranno costretti ad immedesimarsi. Sono sicura che ognuno si farà la stessa identica domanda: "E se succedesse a me?".
Tuttavia non è assolutamente una pellicola ridondante e piena di scene strappalacrime, anzi, l'argomento è affrontato in modo del tutto consapevole e delicato, assolutamente realista. Per questo ritengo che sia un film che valga la pena di essere visto. Julian Moore è stata perfetta in ogni singolo momento, nessun'altra attrice avrebbe saputo recitare meglio, così come ho apprezzato Kristen Stewart nei panni della figlia ribelle ma forse la più affezionata alla madre e al modo in cui avrebbe dovuto convivere con la malattia.
Concludo la mia recensione riportandovi il discorso che Alice tiene ad un incontro dedicato ai malati di Alzheimer.

"In tutta la mia vita ho accumulato ricordi, che sono diventati, in un certo senso, le cose a cui tengo di più. La sera in cui ho conosciuto mio marito, la prima volta che ho tenuto un libro in mano, avere dei figli, fare amicizia, viaggiare per il mondo. Tutto ciò che ho accumulato nel corso della vita, tutto quello per cui ho duramente lavorato, adesso sta per essere strappato via. Come potete immaginare, o come sapete, questo è l'inferno. Ma peggiorerà. Chi prenderebbe sul serio qualcuno che è lontanissimo da ciò che era un tempo? Il nostro strano modo di essere e le frasi scomposte cambiano la percezione che gli altri hanno di noi e la percezione di noi stessi. Diventiamo ridicoli, incapaci, comici. Ma questo non è ciò che siamo, questa è la nostra malattia. E come ogni malattia c'è un causa, uno sviluppo e potrebbe esserci una cura. Il mio più grande desiderio è che i miei figli, i nostri figli, le generazioni future, non debbano affrontare ciò che sto affrontando oggi. Ma tornando ad ora, io sono ancora viva. Io so di essere viva. So di avere persone che amo. So che cosa voglio fare nella mia vita. Sto combattendo contro me stessa non per non avere più niente da ricordare, ma perché ho ancora momenti di gioia e felicità. E per favore, non pensate che io stia soffrendo. Non sto soffrendo. Sto combattendo. Combattendo per essere parte di qualcosa, per stare connessa con quella che ero. Quindi "vivi il momento" mi dico. E' tutto ciò che davvero posso fare, vivere il momento"

Eleonora Giovannini ©







domenica 9 novembre 2014

Per ricordarmi chi sono

Mi scuso già da subito se questo post sarà molto personale, ma sto per tirare in ballo il mio film preferito, per cui non posso farne a meno.
La mia avventura con questa pellicola cinematografica, inizia all'età di dieci anni. Ero praticamente una bambina, quando mio padre tornò a casa da lavoro con la cassetta de "Il favoloso mondo di Amélie".
Lo ricordo come se fosse ieri, mi sorrise e mi disse: "Ele ho comprato il film dove c'è un maialino che spegne l'abat-jour!". Ovviamente di quel giorno, ricordo solo queste parole, il film lo dovetti rivedere anni dopo per capirlo davvero, tuttavia mi rimase impressa una scena in particolare: Amélie, seduta sulle poltroncine rosse di un cinema, il venerdì sera, che osserva.
Le piace:
- Guardare i particolari che nessuno noterà mai
- Voltarsi per osservare i volti degli spettatori in sala
Non le piace:
- Quando nei film americani, il guidatore non guarda la strada

Questa scena mi fu sufficiente per capire quanto fossi simile a lei. Quando riguardai il film, a distanza di tempo, ero già grande e rimasi esterrefatta nel comprendere quanto la protagonista, Amélie, fosse così vicina a me stessa. Ma che dico vicina, Amélie ed io siamo la stessa persona. Mi vengono i brividi a pensare a come uno sceneggiatore quale Jean-Pierre Jeunet sia stato in grado di trasporre in modo perfetto una personalità davvero esistente. Anche se lui non lo saprà mai.
Fu questo film in particolare a farmi credere che chi diceva che "la vita non è un film", si sbagliava di grosso. Per esempio, se qualcuno mi chiedesse di descrivermi in poche parole, io gli darei direttamente il dvd de "Il favoloso mondo di Amélie".
Ma chi è Amélie? Dire che è la solita ragazza sognatrice mi sembra decisamente riduttivo. Direi piuttosto che è una persona normale ma che ha in dono una grande fantasia. Ama la vita, nonostante i difetti e le difficoltà, cerca sempre di aiutare il prossimo, o meglio, chi davvero se lo merita, sacrificando se stessa. Architetta in piena notte piani infallibili per dare una lezione al prepotente di turno.

"Lei certamente non rischia di essere un ortaggio, perché perfino un carciofo ha un cuore!"

Amélie non è una sognatrice, lei vive direttamente un mondo tutto suo, le piace osservare la realtà da una prospettiva diversa, cogliendo il bello dove non tutti riescono a vederlo.
Ma è anche una che ha paura di rischiare, di fare la figura della sciocca e di essere considerata strana dalla gente che la circonda.

"Tempi duri per i sognatori!"

Parlando del film in sé (e quindi parlando in modo serio e professionale), credo fermamente che sia il migliore, o perlomeno uno dei migliori, usciti fino ad ora nel nostro mondo. E' un classico senza tempo, e vi consiglio vivamente di guardarlo se non l'avete fatto; o di riguardarlo se è tanto che non l'avete visto.
Rimarrete affascinati (ogni volta come fosse la prima) dalla fotografia, dai colori caldi di Parigi e dalla colonna sonora. Non potrete non affezionarvi ad Amélie, all'uomo di vetro, a Nino, alla barista, all'uomo della scatola dei giocattoli, allo scrittore fallito e senza speranza... e potrei continuare all'infinito.
Ogni scena vi rimarrà impressa anche per le bellissime frasi che arricchiscono, in modo dolce e mai ridondante, tutto il film. Alla fine della visione, credetemi, verrete spinti da una strana voglia di dichiarare amore alla persona che più amate, ad abbracciare vostra madre, a regalarvi una piccola gioia personale. Crederete che ogni cosa sia possibile, perché è così. Voi lo sapete. Sapete che ogni cosa è possibile se la desiderate con tutto il vostro cuore, con tutta la vostra anima, con tutto il vostro sangue. L'importante è non arrendersi, l'importante è capire che le difficoltà ci servono per imparare che, una volta superate, saremo sempre più vicini alla meta.

"Mia piccola Amélie, lei non ha le ossa di vetro. Lei può scontrarsi con la vita. Se lei si lascia scappare questa occasione con il tempo sarà il suo cuore che diventerà secco e fragile come il mio scheletro. Perciò si lanci, accidenti a lei!"

Eleonora Giovannini ©




martedì 21 ottobre 2014

F.R.I.E.N.D.S.

Ammettiamolo, quanti di noi si sono emozionati, hanno pianto trangugiando gelato, quando Rachel e Ross erano lì, lì per mettersi insieme e poi non lo facevano mai?
O quando si prendevano e si lasciavano?
Ancora le OTP, gli SHIP e la categoria dei "fangirl"/"fanboy" non esistevano, tuttavia credo che questi siano stati i primi germi che la serie televisiva "Friends" ha contribuito a far dilagare, anche nelle migliori famiglie.
Personalmente, ho amato questa sitcom. Credo addirittura che sia stata la prima in assoluto a cui mi sono affezionata. Trasmessa dal 1994 al 2004 sotto la NBC, è stata una delle più longeve di sempre, riscontrando un grandissimo successo anche a distanza di tempo. Per dirla in poche parole: chi non ha mai visto "Friends" non ha avuto un'adolescenza felice.

Creata dagli statunitensi David Crane, Kevin Bright e Marta Kauffman, la serie narra le avventure di un gruppo di amici di New York che, per caso, si ritrovano ad abitare sotto lo stesso tetto, all'appartamento 20. Questi sono: Rachel (Jennifer Aniston), Monica (Courteney Cox), Phoebe (Lisa Kudrow), Ross (David Schwimmer), Chandler (Matthew Perry) e Joey (Matt LeBlanc).
Esilaranti gag si susseguono una dietro l'altra, senza tuttavia mai mancare di originalità, freschezza e ironia. Anche alle tematiche di spessore vengono affiancati momenti di ilarità, ciò fa sì che lo spettatore non sia appesantito da una pappardella drammatica. "Friends" è una commedia ed è giustamente rimasta tale sempre.
Le avventure dei nostri protagonisti, appartengono alla normalità. Infatti, se c'è una cosa che mi piace particolarmente di questa sitcom è che, oltre alle storie, anche i dialoghi tra i sei personaggi sono attinenti alla sfera quotidiana. Loro stessi presentano dei tratti caratteriali che è possibile riscontrare in qualsiasi persona conosciuta.
Rachel è la ricca ragazza viziata che, tuttavia, cerca di sfuggire al controllo del padre.
Monica è la tipica ragazza nevrotica, piena di ossessioni e maniaca del controllo.
Phoebe è sognatrice, solare, aperta e piena di passioni.
Joey incarna il playboy italiano, sicuro di sé e desideroso di successo.
Chandler è il classico tipo infallibile nel lavoro, ma scarso in amore.
Ross è il ragazzo che tutte vorremmo avere. Amante della storia, dolce, sbadato, un po' idiota, ma sempre alla ricerca del vero amore.

Se vogliamo, "Friends" può essere considerato come l'"How I met your mother" degli anni '90, anche se, a mio modesto parere, rimane comunque superiore; sia perché il primo rappresenta una vera e propria novità nella televisione americana, sia perché è rimasto sempre un prodotto di qualità, cosa che purtroppo non posso dire del secondo, visto il pessimo finale di stagione (ma di questo ve ne parlerò in un post a parte).
"Friends" è rimasto un classico senza tempo nella cultura americana, e ciò lo possiamo riscontrare in vari riferimenti presenti in altrettanti telefilm di successo: Rachel Berry, protagonista del telefilm "Glee" si chiama così perché i suoi padri adottivi erano appassionati di "Friends"; e ancora, nella serie televisiva "Scrubs", l'inserviente paragona la storia di Elliot e JD, a quella di Ross e Rachel.
Insomma, questi sono solo alcuni dei tanti riferimenti di questa sitcom di successo, essa la fa da padrona nonostante gli anni ormai trascorsi, senza mancare di rimanere perfettamente attuale.
E a proposito di questo ho una solida certezza, che l'appartamento 20 non rimarrà mai vuoto.
Sarà sempre pieno di "amici".

Eleonora Giovannini ©





venerdì 10 ottobre 2014

Ulisse e il Dottore, due facce della stessa medaglia.

Durante una lezione di storia del teatro all'università, siamo entrati in argomento Dante, Ulisse e Divina Commedia.
Il nostro professore ci stava chiedendo, come mai Dante avesse collocato l'eroe dell'Odissea, uomo dotato di grande magnanimità, nell'ottava cerchia dell'inferno. Riflettendo sulle caratteristiche di questo personaggio mitologico, mi è sorto spontaneo fare un collegamento con il Dottore, protagonista della celebre serie tv della BBC, "Doctor Who".
Ho iniziato a vagare con la mente per altri lidi, e più ci pensavo, e più mi rendevo conto che entrambi hanno un sacco di punti in comune, arrivando alla conclusione che, se Dante fosse vissuto ai giorni nostri, avrebbe collocato anche il Dottore nell'ottavo cerchio infernale.
Vi spiego perché.

Entrambi sono innamorati di tutto ciò che è umano, entrambi sono curiosi come bambini nonostante le loro venerande età, e sono spinti verso la ricerca delle loro ossessioni. Sono lontani da casa ma profondamente legati al luogo natio, nel quale sembra sia quasi destino non debbano tornare. Gallifrey da una parte, Itaca dall'altra.
Uomini caratterizzati da grande dolcezza, ma allo stesso tempo di rabbia. Sinceri e menzogneri.
Ulisse, come il Dottore, sarà amato da numerose figure femminili e non solo, entrambi incarnano un esempio vivente di persona invincibile, che, anche senza l'uso della violenza ma facendo fede solo alla propria intelligenza, riescono ad uscire indenni da molteplici situazioni più che spiacevoli.

Tornando alla domanda iniziale, ovvero il perché Dante collocherebbe entrambi nell'inferno, la risposta è da ricercare nel fatto che tutti e due sono spinti da un'eccessiva sete di conoscenza, che li porterà a sacrificare gli affetti. Un aspetto che, se esasperato, porta a gravi conseguenze. Sfidare le leggi del tempo, cambiarlo, modificarlo, piegarlo, è pressoché uguale a spingersi verso le colonne d'Ercole, mettendo a rischio i propri compagni di avventura, facendo di Ulisse un consigliere fraudolento, istigandoli a seguirlo (come del resto il Dottore stesso farà nelle proprie avventure con le sue compagne).
Non sono uomini fatti per restare. Tendono ad allargare illimitatamente i confini del conoscere, sono quasi impossibilitati per natura a fermarsi, esplorando i mari con immense navi l'uno, attraversando il tempo e lo spazio a bordo di una cabina blu, l'altro. E' quello che Ulisse dirà nel canto dell'inferno.


"O frati", dissi, "che per cento milia
perigli siete giunti a l'occidente, 
a questa tanto picciola vigilia

d'i nostri sensi ch'è del rimanete
non vogliate negar l'esperienza, 
di retro al sol, del mondo senza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste per viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza".

(vv.112-120) 


Innumerevoli volti si celano dietro il Dottore ed Ulisse, proprio quest'ultimo porta il nome della sua innata indole: Odisseo. Considerato per generazioni e generazioni, una leggenda, che tutti davano per morto dopo la guerra di Troia, ma in realtà più vivo che mai.
Tutto ciò ci porta alla fine, ad un'unica domanda.
Ulisse chi?
Il Dottore chi?

Eleonora Giovannini ©



sabato 4 ottobre 2014

Gatsby credeva nella luce verde.

Mi sono imbattuta in questo libro grazie alla mia professoressa di inglese, che, durante le vacanze estive dello scorso anno, decise di assegnarcelo.
Lo finii in una settimana. Credo che sia uno degli ultimi libri letti che più amo in assoluto, e adesso tenterò di spiegarvi il perché.

Prima di tutto, è bene tenere a mente, che "Il grande Gatsby" non è una storia d'amore. Qualcuno di voi storcerà il naso, ma se andate in profondità, se provate a cogliere il vero senso del libro, vedrete che mi darete ragione. Non è una storia d'amore, bensì una storia che si focalizza interamente sul sogno. Quel sogno che per Gatsby è rappresentato dalla luce verde, scorta ogni sera dall'estremità del molo della casa della sua amata Daisy, che tenta di afferrare, in lontananza, dal proprio pontile; gli sembra quasi di toccarla, ahimè non ci riuscirà mai.
Il personaggio di Gatsby è stato dipinto dalla critica, come manifesto del "sogno americano", ovvero un uomo che, da povero quale è, riesce solo grazie a se stesso, alle proprie capacità e alla propria forza di volontà, ad emergere e a riscattare le misere condizioni da cui proviene. Tuttavia, in questo specifico romanzo, Fitzgerald vuole raccontarci la storia di chi ha fallito l'impresa, dimostrando quanto un tale traguardo sia in realtà illusorio, fittizzio e come porti alla distruzione di se stessi. Per questi motivi, quindi, sarebbe più lecito affermare che Gatsby rappresenta la morte del sogno americano.

"La notte, nel letto, lo perseguitavano le ambizioni più grottesche e fantastiche, il cervello gli tesseva un universo di sfarzo indicibile, mentre l'orologio ticchettava sul lavabo e la luna gli intrideva di luce umida gli abiti sparsi alla rinfusa sul pavimento. Ogni notte alimentava le sue fantasie finché la sonnolenza si abbatteva con un abbraccio dimentico su qualche scena vivace. Per un certo periodo queste fantasticherie gli procurarono uno sfogo all'immaginazione; erano un'intuizione confortante dell'irrealtà della realtà, una promessa che la roccaforte del mondo era saldamente basata sull'ala di una fiaba."

L'ambizione di Gatsby è quella di riconquistare un vecchio amore, Daisy, che nel frattempo si era sposata con un ricco giocatore di polo, l'arrogante Tom Buchanan, dopo averla conquistata con una costosissima collana. Gatsby capisce quindi che per riuscire a riavere Daisy deve "mirare in alto", "alle stelle", poiché la ragazza non fa mistero di amare, ma soprattutto di credere, nei soldi. 
Egli, provenendo da una condizione sociale poverissima, riesce, anche grazie a traffici illegali ed episodi di gangsterismo, a possedere non solo moltissimo denaro, ma anche beni immobili, macchine costose e chi più ne ha più ne metta. Compra appositamente una sontuosa villa proprio di fronte alla residenza di Daisy, dando ogni sera una festa ai limiti dello sfarzo, della sregolatezza e del lusso, con la speranza che la sua amata venga attratta e sedotta dalla sua grande ricchezza.


"Sono contenta che sia una bambina. E spero che sia stupida: è la miglior cosa che una donna possa essere in questo mondo, una bella piccola stupida."

Tutto ciò comporterà una distorsione della sua persona, in quanto nessuno dei partecipanti alla feste (pubbliche) sa chi effettivamente egli sia, anzi, spesso la società frivola e superficiale della New York degli anni venti, lo dipingerà come un poco di buono e un assassino. Pur essendo circondato da miriade di persone, è un uomo solo. Fatta eccezione per il cugino di Daisy, Nick Carraway, unico amico, anima pura tra i corrotti e narratore della storia. 
Nick tenterà spesso di riportarlo alla realtà, cerca disperatamente di fargli capire che sta vivendo nel passato, nella nostalgia di un ricordo che non potrà mai tornare nel presente, e che ciò che ha in mente di fare è totalmente folle. Tuttavia non smetterà mai di aiutarlo, anzi, sarà l'unica persona verso cui proverà del bene. 
Nonostante Gatsby riesca ad avere nuovamente un rapporto con Daisy, deve fare i conti con la personalità della ragazza, la quale, essendo vuota e fedele solo a degli ideali materialistici, è incapace di provare alcun tipo di sentimento, ed è per questo motivo che, benché le piaccia la sua compagnia, non è in grado di affermare di non aver mai amato il marito Tom; anche se quest'ultimo la tradisce da sempre con Myrtle, la moglie del povero meccanico Wilson. 
A seguito di un tragico incidente, nel quale perderà la vita la stessa Myrtle, per mano di una Daisy in piena crisi di nervi, Gatsby decide comunque di addossarsi la colpa (anche se non lo dichiarerà mai apertamente a causa degli eventi successivi) e dopo una serie di manipolazioni psicologiche messe in atto da Tom per convincere Wilson della colpevolezza di Gatsby, quest'ultimo troverà la fine una tragica mattina, ad opera di Wilson stesso, che subito dopo si toglierà la vita.
Di grande impatto è la fine del romanzo, in quanto assistiamo alla vigliacca dipartita di Daisy e il marito, i quali preferiscono fuggire (lei in primis) piuttosto che rimanere per il funerale di Gatsby. L'unico che rimarrà a vegliare sulla sua tomba, sarà invece Nick. Nick che sarà disgustato dalla corruzione, dalla superficialità e dalla codardia dei suoi familiari, che ormai non considera più come tali. 
Il romanzo è quindi la testimonianza del fatto che, il sogno americano è destinato a fallire, perché gli ideali non corrispondo alla realtà sociale. Se nasci povero morirai povero, se nasci ricco morirai ricco, e questa disparità sarà destinata a durare in eterno. 

Per concludere vorrei aprire una parentesi sul film omonimo, uscito nel 2013 sotto la regia di Baz Luhrmann, con il favoloso Leonardo Di Caprio (assolutamente azzeccato per il ruolo di Gatsby!), Carey Mulligan e Tobey Maguire. 
Che dire, l'ho trovato perfetto in ogni suo aspetto, fedele quasi interamente al libro, è riuscito a sviscerare ogni aspetto del romanzo, il messaggio dell'autore e il carattere di ogni personaggio di Fitzgerald. 
Ho apprezzato moltissimo la fotografia, i costumi, i colori ma soprattutto la colonna sonora, composta interamente da brani moderni di Lana Del Rey, Florence + The Machine, Fergie ed altri. Un nastro rosa a chiudere una bomboniera elegante, bella, perfetta. 
Che aspettate, se ancora non l'avete fatto, correte a vederlo!

Eleonora Giovannini ©