domenica 26 aprile 2015

Prova a prendermi

Forse non è uno dei film di maggior successo di Steven Spielberg, ma secondo il mio punto di vista, merita tantissimo, tanto che è diventato nel corso degli anni uno dei miei preferiti, il classico film che consiglierei di vedere a chiunque.
Sto parlando di "Prova a prendermi", del 2002, con un cast d'eccezione composto da: Leonardo Di Caprio, Tom Hanks, Christopher Walken ed una Amy Adams alle prime armi.
Divertente commedia americana ambientata negli anni '60, è tratta dalla vera storia dell'ex truffatore Frank Abagnale Jr., famoso per aver imbrogliato e truffato lo Stato in maniera a dir poco geniale.

Frank Abagnale Jr., è interpretato dal grandissimo Leonardo Di Caprio, egli è un giovane studente che si troverà ad affrontare, prima la disfatta economica della sua famiglia un tempo benestante, e successivamente il divorzio dei genitori. Quando Frank si trova così a dover scegliere a chi dei due vuole che venga affidato, viene preso dallo sconforto e scapperà di casa.
Senza un soldo in tasca, il giovane capirà che per cercare di vivere una vita dignitosa, nell'illusione di riunire i genitori e tornare ad essere una famiglia felice, l'unica strada è quella della truffa. Mette in piedi dei veri e propri espedienti ingegnosi e quando inizia a constatare con i propri occhi che riesce ad abbindolare il prossimo, decide di esagerare senza alcuna remora, diventa quindi una sorta di arrampicatore sociale, desideroso di provare a vestire i panni dei più alti ranghi della società. Nel giro di poco tempo riuscirà a fingersi pilota di volo, medico e avvocato senza destare il minimo sospetto tra chi gli sta intorno.
Ovviamente chi si accorgerà di lui sarà la polizia, in particolare l'agente Carl Hanratty (Tom Hanks) sarà colui che si occuperà del caso. E' qui che si darà il via ad un inseguimento senza precedenti, pittoresco, divertente e scatenato; la caccia al ladro diventa qualcosa di più, non è solo legalità contro illegalità, ma il concetto si amplia e notiamo come il rapporto tra Carl e Frank si trasformi in un conflitto di odio/amore, di età matura che cerca di correr dietro all'adolescenza. Nonostante siano due avversari, finiscono col volersi bene diventando indispensabili l'uno per l'altro, anzi, credo che si crei proprio un rapporto quasi familiare.

Una pellicola che dà spazio al divertimento, che vuole lasciare da parte qualsiasi tipo di moralismo, tanto che il finale lascia moltissima speranza ad uno spettatore che nel corso del film si affezionerà inevitabilmente al giovane Frank Abagnale Jr.

Ciliegina sulla torta è senza dubbio la colonna sonora, composta dallo straordinario John Williams, che tutti noi ricorderemo per le meravigliose musiche senza tempo di Harry Potter, Star Wars, Lo Squalo, Indiana Jones e chi più ne più ne metta.
Premio Oscar senza dubbio meritatissimo, ogni sua nota è come sempre indimenticabile.


Eleonora Giovannini ©




Coraline e la porta magica

Diretto da Henry Selick (lo stesso regista di "Nightmare before Christmas"), "Coraline e la porta magica" è un film d'animazione realizzato in stop-motion, uscito nelle sale nel 2009. La storia è tratta dal libro di Neil Gaiman, uscito nel 2002.
Premettendo che non ho avuto occasione di leggere il libro, mi baserò soltanto sul film in questione.

Pur essendo una storia così detta "per bambini", a parer mio è molto tetra, così come ci è stato mostrato nella pellicola stessa. Sia le scene, che le ambientazioni sinistre, i personaggi e le vicende che si susseguono nel corso della trama sono a dir poco inquietanti e ti lasciano inevitabilmente addosso un senso di paura e angoscia.
Tuttavia, ritengo che questo film sia senza dubbio un'ottima commedia horror per iniziare proprio i bambini a questo genere, non solo, ma racchiude in sé diversi elementi formativi che ho apprezzato moltissimo e che ogni bambino dovrebbe vedere.

La protagonista, Coraline, si è appena trasferita in una casa nuova, immersa in aperta campagna; i suoi vicini di casa sono alquanto bizzarri: due anziane attrici amanti dei cani e un vecchio signore che sogna di avere un circo di topi. La bambina si mostra fin da subito avversa a questo luogo, dal momento che non c'è mai niente di interessante da fare, lei si definisce spesso una grande esploratrice, ma non riesce ad avere gli stimoli giusti per divertirsi. Inoltre, i suoi genitori sono impegnati tutti il giorno per lavoro, stanno al computer quasi ventiquattro ore su ventiquattro, non curandosi minimamente di passare del tempo ludico insieme a lei.
Un giorno, quando Coraline fa notare al padre il suo malessere, lui le consiglia di contare tutte le cose blu che ci sono in casa e il numero delle porte presenti. La bambina coglie al volo quell'occasione e si mette ad esplorare casa da cima a fondo; in modo assai curioso viene a conoscenza di una piccola porticina alta circa un metro, situata in salotto, che però una volta aperta si scopre essere murata. Durante la notte, Coraline viene svegliata da due topolini che la conducono nuovamente di fronte a quella porticina che, stavolta, si scopre condurre in un'altra dimensione, una sorta di mondo riflesso, un mondo parallelo in cui tutto è esattamente come nella realtà, ma più bello.
In questa dimensione i genitori della bambina sono presenti, premurosi, la riempiono di giochi, di dolci e di affetto; è un mondo pieno di colori in cui ognuno ha ed è ciò che più desidera. Le anziane attrici recitano come avevano fatto in passato, il vecchio signore ha realmente un circo in cui fa esibire dei topi ballerini.
Coraline verrà così inevitabilmente attratta da tutta questa magia che riesce a toccare con mano, una realtà che avrebbe sempre voluto avere. Ma come ci hanno sempre insegnato, non è tutto oro quello che luccica, e ben presto la protagonista si ritroverà a lottare nel vero senso della parola, contro una "altra madre" che vorrebbe cucire sugli occhi di lei, due bottoni neri. I bottoni neri sono una sorta di metafora per affermare la mancanza di volontà di ogni persona presente in quel mondo fittizio, essendo tutte marionette di quella madre.
L'amore che inizialmente vuole farci credere che questa donna provi, è in realtà desiderio di possessione, di incatenamento, forse rappresenta l'amore possessivo che certi genitori riservano ai figli in maniera completamente distorta. Credendoli felici nel riempirli di doni e dolci, in realtà sono intrappolati in una vera e propria realtà che li rende schiavi.

Questo per insegnarci che quello che è più bello, non sempre è quello più giusto per noi.


Eleonora Giovannini ©



sabato 25 aprile 2015

La prima cosa bella

Continua il mio interesse per il cinema "made in Italy", e stavolta vi parlerò infatti di un altro piccolo gioiello realizzato da Paolo Virzì; uscito nel 2010, il film in questione è "La prima cosa bella".
La pellicola era addirittura in corsa per gli Oscar nella categoria "Miglior film straniero", sfortunatamente non ce l'ha fatta.

In questo film, Virzì torna a girare nella sua patria, Livorno, e ci propone una storia dal sapore dolce e amaro, una sorta di commedia che in realtà porta con sé tantissima drammaticità.
La protagonista è interpretata da due attrici straordinarie, ovvero Micaela Ramazzotti e Stefania Sandrelli (mostrateci in due età diverse); nel cast sono inoltre presenti due attori di altrettanta importanza come Valerio Mastandrea e Claudia Pandolfi.
Le vicende raccontano la vita della giovane Anna Nigiotti (in Michelucci), una madre ingenua quanto bellissima che si trova a dover affrontare la separazione dal marito, nell'Italia degli anni '70. Essendo lei molto affascinante, solare e un po' ingenua, verrà considerata da molte persone una donna dai facili costumi, piuttosto che di carattere. I flashback della giovinezza di Anna ci mostrano così le sue peripezie tragicomiche insieme ai due figli piccoli (Bruno e Valeria), sempre in bilico tra precarietà economica ed amanti occasionali.
E' proprio per tali motivi che tra Bruno e sua madre verrà a crearsi un rapporto conflittuale, dal momento che il figlio, fin da quando era piccolo, veniva schernito costantemente dai suoi amici per gli atteggiamenti frivoli di Anna, mettendolo spesso e anche involontariamente in ridicolo. Proprio a causa di ciò infatti, madre e figlio vivranno due vite quasi completamente separate, con i contatti ridotti al minimo, nonostante tra i due si percepisca un fortissimo legame.

Sarà proprio nella fase finale della vita di Anna, che Bruno proverà in tutti i modi di cercare un compromesso nei riguardi di un se stesso orgoglioso e a tratti riluttante.
Ormai uomo adulto e consapevole, egli riesce nonostante tutto a riallacciare i rapporti con tutti coloro che hanno fatto parte della propria vita e dai quali si era allontanato bruscamente. In questo film, Valerio Mastandrea ha tirato fuori davvero il meglio di sé, mostrandoci un uomo che si arrende inevitabilmente ad un sentimento forte quale l'amore genitoriale, che seppur spesso burrascoso, è altrettanto forte, riuscendo così a rompere la scorza in cui Bruno si era rinchiuso nel corso degli anni.

Stefania Sandrelli è stata altrettanto magistrale nel ruolo di Anna, in primo luogo per aver saputo parlare e recitare in un toscano come Dio comanda (il che non è assolutamente facile), secondo perché trovo che sia riuscita a rendere perfettamente la psicologia della protagonista, una donna costantemente dall'animo solare, con la voglia di vivere fino all'ultimo istante, all'ultimo respiro.
Nonostante sia nella fase terminale della sua malattia, non si fa mancare niente e anzi vive con assoluta tranquillità la propria dipartita; quelli che in realtà soffrono di più sono infatti Bruno e Valeria. Non c'è una sola scena in cui lei non abbia un sorriso stampato sulle labbra.

In questo film, Virzì è cresciuto tantissimo e quello che mi è piaciuto maggiormente è che ha dato lustro alla psicologia di ogni personaggio, rispetto ad "Ovosodo" sono più reali e meno caricaturali.
Inoltre ho apprezzato come è stato reso il ritratto dell'Italia degli anni '70: abitudini, costumi, colori, musica. In particolare ho adorato come determinate canzoni popolari di allora, fossero la colonna sonora vera e propria della vita dei tre protagonisti; come dimenticare "La prima cosa bella", intonata da Anna ogni qual volta accadeva qualcosa di brutto a lei e ai propri figli, o quando doveva metterli a dormire, o quando erano tutti e tre felici. Credo che questo modo di raccontare sia stato particolarmente delicato, poiché smorzava perfettamente dei momenti alquanto drammatici.
Una spinta e una certezza nel credere che la vita sia bellissima e degna di essere vissuta, a prescindere dalle difficoltà. A volte basta anche solo una canzone.


Eleonora Giovannini ©




giovedì 23 aprile 2015

This must be the place

Scritto e diretto interamente da Paolo Sorrentino, "This must be the place" è senza dubbio uno di quei film da sfoggiare fuori dal nostro Paese, una sorta di opera d'arte made in Italy da far invidia ai grandi autori del cinema hollywoodiano.
Uscito nel 2011, è il primo film di Sorrentino in lingua inglese ed esportato oltre oceano; presentato al Festival di Cannes lo stesso anno, ha inoltre vinto ben sei David di Donatello.

Il protagonista, Cheyenne, è interpretato da uno straordinario Sean Penn, mentre la colonna sonora è completamente ad opera del gruppo Talking Heads.
Il film stesso infatti, vuole essere una sorta di tributo ad una loro canzone, dal titolo omonimo "This must be the place"; questo proprio perché, essendo un road movie, è la storia non solo di un viaggio, ma di una ricerca del "posto ideale" in cui vivere. Con posto però non si intende necessariamente un luogo fisico, quanto piuttosto un luogo dentro noi stessi, un modo di essere che ci appartiene, che abbiamo riscoperto se non addirittura scoperto.
Tutta la pellicola è incentrata sulla presa di coscienza del protagonista, sulla sua ennesima formazione personale nonostante sia comunque in un'età avanzata; a parer mio questo aspetto è molto interessante, dal momento che ci fa capire che non è l'età che ti rende più maturo o responsabile, anzi, ma che c'è sempre altro da scoprire per scoprirsi a nostra volta. Quel tassello mancante del nostro puzzle.

Cheyenne è un ormai famoso cantante in pensione, che vive in una sorta di costante apatia, di depressione tale da portarlo a riflettere continuamente sul proprio passato, a pentirsi del proprio percorso di artista. E' anche per questo motivo, forse, che continua a vestirsi nello stesso modo di quando si esibiva nei concerti.
Il protagonista è stato volutamente truccato nello stesso modo in cui era solito acconciarsi Robert Smith, il cantante del gruppo musicale The Cure; prendendo questa figura come riferimento, e di conseguenza anche il contesto storico/culturale in cui ebbe maggior successo, Sorrentino ha voluto mostrarci che l'isolamento mentale in cui Cheyenne vive, è anche dovuto al grande consumo di droghe pesanti che si verificò tra anni '70 e '80. Tuttavia, la cosa interessante del protagonista, è che nonostante spesso ci dia l'impressione che sia assente, è al contrario lucidissimo, tanto da divenire nel corso del film un vero e proprio mentore per tutti coloro che si imbatteranno in lui durante il suo viaggio.
Questa sua caratteristica potrebbe far sembrare agli occhi del pubblico che il film sia lento e pesante, in realtà è sì lento, ma in senso positivo, direi che l'aggettivo che meglio gli si addice è calmo; in esso respiriamo una notevole essenza filosofica.
Nessuna scena è inutile, ognuna di esse serve per arricchire Cheyenne di una nuova visione dell'esistenza, è un continuo scambio di dare e avere, ed ogni comparsa, anche la più insignificante, è importantissima. Niente è lasciato al caso.

Un altro aspetto che ho amato di questo film, è stato vedere com'è stato trattato il rapporto tra il protagonista e la moglie. Che dire, in modo del tutto paradossale, si respira veramente un legame profondo tra queste due persone, sono una l'opposto dell'altro, eppure entrambi sanno completarsi in maniera perfetta.
Due ingranaggi che hanno bisogno l'uno dell'altro per continuare a funzionare.

E' un film che vi stupirà come non mai, portandovi a riflettere su quanto sia importante agire con empatia, pensare sempre a quanto sia necessario e giusto mettersi nei panni dell'altro per arrivare a capire determinate cose. Come vedrete, questa, è la vendetta migliore possibile.
A tal proposito vi dico subito che ho volutamente evitato di parlare di un'altra tematica altrettanto importante, ovvero il motivo per cui Cheyenne decide di partire per questo tortuoso viaggio; credo che sia bello se, come lui, siate curiosi di scoprirlo, imbattendovi in esso con terribile stupore.


Eleonora Giovannini ©




 


lunedì 20 aprile 2015

Il giovane (Elio) favoloso

Quanti di noi, alle superiori, avranno trascorso pomeriggi interi a studiare Leopardi? E quanti ancora l'avranno odiato per il suo essere "depresso cronico"?
Inutile negarlo, tutti noi l'avremmo pensato almeno una volta, anche i più affezionati alla letteratura italiana. Se non altro, credo che forse sarebbe opportuno che, dall'anno prossimo in poi, in tutte le scuole superiori d'Italia, venga fatto vedere il film diretto da Mario Martone, uscito nel 2014 nelle nostre sale, dal titolo "Il giovane favoloso", nel quale viene narrata la vita dello straordinario poeta quale è stato Leopardi.
Credetemi che non è lo stesso Leopardi che i professori vi fanno studiare a scuola, anzi, credo che tutti noi saremmo in grado di amarlo un po' di più, se non quantomeno affezionarci.
In questo film, il protagonista è interpretato in modo egregio dallo straordinario Elio Germano, al quale avrei regalato senza batter ciglio un Oscar alla migliore interpretazione. E' riuscito ad incarnare l'anima del poeta in modo sublime, quanto naturale.

La pellicola racconta la vita di Leopardi, dall'infanzia fino al suo soggiorno a Napoli insieme all'amico Ranieri. Ci viene illustrata passo, passo e in modo delicato la psicologia del poeta, in tutte le sue sfaccettature; un bambino, un ragazzo e poi un uomo minato da una salute cagionevole, in eterno conflitto con se stesso, le sue volontà, le sue pulsioni, ma anche con una madre assente e distaccata e un padre fin troppo soffocante.
Ci è sempre stato dipinto un Leopardi schiavo di questo sistema di rigidità familiare, quando invece, secondo il mio punto di vista, lui fu una vera e propria rock star, un ribelle dall'animo indomabile. Alla prima occasione non perde infatti tempo per tentare la fuga da Recanati (il luogo natio), inoltre inizia a scrivere trattati, poesie ed opere dal contenuto alquanto scomodo con il pensiero dell'epoca. Cresciuto in un paese bigotto, non ha timore a sdoganare in modo mirabile quelle teorie e convinzioni portate avanti dalla Chiesa di Roma; egli infatti inizia ad elaborare una vera e propria filosofia laica sulla vita e tutto ciò che essa racchiude.

Ho adorato come è stato reso il momento della creazione delle poesie più belle di Leopardi, è come se gli sgorgassero dall'anima, come un fiume che rompe gli argini, tra visioni di sogno ed esperienze di vita. Elio Germano le ha sapute interpretare in maniera eccelsa, sapendo allo stesso tempo rimanere spontaneo, senza risultare eccessivamente solenne o aulico.
Ed è proprio questo in fondo che Leopardi era, una persona colta ma di animo umile, col desiderio sopito di godere a pieno di ciò che la vita poteva offrirgli; curioso di scoprire i meccanismi dell'esistenza, delle abitudini umane, di ciò la Natura dà e toglie all'uomo senza curarsene.
Bellissima la scena durante la quale Leopardi si attarda in una piazzetta di Napoli a mangiare e bere vino insieme a un gruppo di uomini balordi; o ancora quando, contro quanto detto dal medico, non rinuncia al piacere di un gelato. Forse è proprio qui che si capisce ciò che il poeta è realmente stato.
Ho visto in lui una pungente ironia nei confronti di una società votata alla pretesa della felicità delle masse, ma incurante di quella dell'individuo, per la quale molti sembrano ignari.

"Io non ho bisogno di stima, o di gloria, o di altre cose simili. Io ho bisogno di amore, di entusiasmo, di fuoco, di vita!" 

E' quindi sbagliato definirlo depresso, quanto piuttosto brillantemente consapevole. Lui stesso dirà in un dialogo con degli illustri studiosi che lo accusano di essere troppo pesante, che spetta agli uomini decidere quale che sia il meglio per loro e non vedere nei suoi scritti dei dogmi da seguire.

L'ho trovato un film fortemente didascalico, anzi, credo anche che Mario Martone abbia volutamente fatto in modo di riportare gli italiani ad amare questo immenso poeta, come già detto, spesso inquadrato in una visione distorta.
Il registra ci mostra non solo un Leopardi dal grande ingegno, ma anche la parte più umana, dal suo rapporto con la morte di Silvia, alla delusione d'amore con Fanny, al rapporto quasi simbiotico con Ranieri, le difficoltà dovute alle sue malattie. Ci viene raccontata una sofferenza umana e poetica, il cui dolore viene affrontato in modo delicatissimo ma potente allo stesso tempo.

Altro plauso va senza ombra di dubbio ad una fotografia che incanta, nella quale colori caldi e freddi si alternano dolcemente, complice sicuramente le bellissime ambientazioni di cui questa pellicola ha goduto.
Geniale anche la colonna sonora del compositore tedesco Sasha Ring, particolare perché è musica esclusivamente elettronica che, tuttavia, la fa da padrone.


Eleonora Giovannini ©








La storia della principessa splendente

"La storia della principessa splendente", è un film d'animazione del 2013 diretto da Isao Takahata, nonché l'ennesimo capolavoro giapponese targato Studio Ghibli.
La storia si basa sul racconto antico popolare de "Il racconto di un tagliabambù", anche se ovviamente il regista è voluto andare ben oltre dal narrarci una semplice storia.
Ho trovato questo film una vera e propria perla, ed io continuo a non capire come mai in Italia sia stato distribuito solamente per tre giorni, non abbia vinto l'Oscar e perché abbia incassato meno dei costi di produzione. Misteri.

La storia è una continua riflessione sulle passioni terrene, sulla morte e sul perché dell'esistenza; la protagonista Kaguya è un'essere intangibile, proveniente dalla Luna, che ha espresso il desiderio di scendere sulla Terra e vivere da umana. E' quasi come se lei fosse un'anima e abbia voluto incarnarsi in un corpo umano per vivere le emozioni terrene.
Verrà cresciuta da una coppia di anziani tagliatori di bambù, in mezzo a prati verdi e montagne rocciose, nel pieno della natura.
Quando la bimba diventerà una giovane donna, il padre decide di farle costruire un palazzo lussuoso nella capitale, per farla vivere come una vera e propria principessa, insegnandole il buon costume adatto ad una damigella di alto rango. Kaguya, dovendo dire addio alle colline dove è cresciuta, lasciando gli amici e il suo "fratellone" Sutemaru, verrà catapultata in una realtà lontanissima da quella in cui aveva sempre vissuto, fatta di slanci, passioni, energia. Qua, la principessa, si troverà ad affrontare un mondo cittadino a dir poco soffocante, fatto di rigide regole da seguire, con pretendenti da assecondare e pervaso da un'atarassia che impedirà alla protagonista di vivere con leggerezza e spontaneità.
E' per questo motivo che per gran parte del film abbiamo la sensazione che Kaguya voglia ritornare ad abitare in campagna; tuttavia a parer mio è un modo figurato trovato dal regista per ribadire ancora una volta la volontà della principessa al lasciarsi andare alle passioni umane: gioia, dolore, tristezza, euforia; cosa che non le è possibile nella grande città in cui è stata costretta ad abitare.

La principessa, trovandosi fuori posto in quella vita artificiosa, finta, si sentirà un essere soprannaturale, non appartenente al pianeta Terra, ed esprimerà il desiderio di voler tornare sulla Luna.
Ciò avviene nel momento in cui l'imperatore (uno dei tanti pretendenti che tenteranno inutilmente di prenderla in moglie) la stringe a sé, allo scopo di costringerla a diventare sua proprietà. Sentendosi disgustata, ferita e umiliata, è qui che Kaguya compirà la scelta fatale, dalla quale non potrà più sfuggire, nonostante subito dopo lei stessa si pentirà di aver espresso una simile richiesta.
In queste scene, io ho rivisto moltissimo la metafora del suicidio, o comunque un atto sconsiderato che può compiersi in un momento di cieca disperazione, dal quale non è possibile tornare indietro o che non possiamo cancellare. Dobbiamo soltanto arrenderci al nostro destino.

L'unico momento in cui la principessa capisce che sarebbe potuta essere felice nel mondo terreno, è quando rivede il suo amico di infanzia Satemaru, per il quale sente di provare un sentimento profondo, quanto salvifico. Ahimè, nonostante lui provi a tenerla con sé, Kaguya non potrà sfuggire alla propria sorte.
La principessa, quindi, anche quando verrà fatta tornare sulla Luna, continuerà a vivere segnata da una vena di nostalgia, priva di qualsiasi altro ricordo della sua vita terrena.

Di questo film d'animazione, ho amato moltissimo il disegno, così semplice, delicato che rende certe scene quasi oniriche, dal momento che un tratto all'apparenza spoglio, fa in modo che l'occhio non solo riesca a concentrarsi meglio sui dettagli, ma permette di coglierne l'essenza.
Straordinaria anche la colonna sonora, particolarmente delicata e struggente.

Un film che tutti dovreste vedere, un vero e proprio inno alla vita!


Eleonora Giovannini ©






mercoledì 8 aprile 2015

About a boy

Tratto dall'omonimo romanzo di Nick Honrby, "About a boy - Un ragazzo" è un film del 2002, diretto da Paul e Chris Weitz.
E' una pellicola che, a parer mio, è stata molto sottovalutata in Italia, mentre ritengo che sia una tra le più gradevoli e significative in assoluto; inoltre il protagonista, Will, è qui interpretato da uno Hugh Grant eccezionale.

La trama è apparentemente semplice, tanto che corre il rischio di risultare banale, in realtà è molto, ma molto di più.
Will, ormai trentottenne disilluso, trascorre le sue giornate davanti al televisore, cambiando fidanzate come ci si potrebbe cambiare mutande, incurante del tempo che gli scivola via dalle dita senza che lui abbia dato un senso dignitoso alla propria esistenza. Non ha mai avuto un lavoro, campa da sempre di rendita guadagnando sui diritti d'autore di una canzone natalizia composta da suo padre che, tra l'altro, non sopporta.
E' un personaggio cinico, pieno di sé, fermamente convinto che "ogni uomo è un'isola", per cui ognuno di noi è condannato alla solitudine. Uno dei suoi passatempi preferiti, si rivela quello di frequentare le riunioni di un centro sociale dove, fingendosi un padre single, spera di attirare l'attenzione verso delle nuove prede. Tuttavia, il suo piano dovrà fare i conti con Marcus, un ragazzino di dodici anni, figlio di una signora hippy, depressa e decisamente non attraente. Recandosi ogni giorno, con insistenza, a casa di Will, tra loro si creerà un bellissimo rapporto di amicizia, nel quale entrambi sapranno insegnare all'altro come affrontare le proprie paure.
Nel caso di Marcus, quella dei bulli che lo prendono in giro per il modo di vestirsi e pettinarsi; mentre nel caso di Will, quella di legarsi sentimentalmente a qualcuno.

Una delle cose interessanti del film, secondo il mio punto di vista, risiede nella psicologia dei protagonisti; è come se le loro mentalità fossero invertite in riferimento all'età di ciascuno dei due.
Will, che dovrebbe essere un adulto maturo, responsabile e autocritico, in realtà ci appare come un quindicenne superficiale e insolente; al contrario Marcus, dal quale ci aspetteremmo comportamenti infantili, è una vera e propria guida per Will, e si rivela essere più adulto di quest'ultimo.

Pur essendo una commedia, la pellicola affronta temi piuttosto seri (come il bullismo, la depressione, il suicidio), anche se non manca di momenti estremamente esilaranti, quanto toccanti; il tutto risulterà bilanciato in modo tale da rendere la storia veramente piacevole.

Bella anche la colonna sonora, firmata dal gruppo Badly Drawn Boy, in particolare la canzone "Something to talk about".


Eleonora Giovannini ©